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Eurocarni nr. 4, 2010

Rubrica: Convegni
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 107)

Clima e produzione agricola

I cambiamenti futuri metteranno a dura prova gli agricoltori di tutto il mondo. Ogni regione deve prepararsi per reagire adeguatamente, pena il calo produttivo e la diffusione della fame su tutto il pianeta

Il 3 dicembre scorso si è tenuto a Roma il primo forum internazionale del Barilla Center for Food and Nutrition. Nell’ambito della sessione che affrontava la relazione fra produzione di cibo e crescita sostenibile, si è parlato del ruolo che l’agricoltura riveste all’interno dello scenario del cambiamento climatico. Quanto ne è responsabile e, soprattutto, quanto ne sarà protagonista, in termini di intervento per limitare i danni ambientali e per sostenere le popolazioni più esposte ai mutamenti. Infatti, ogni area geografica subirà conseguenze per i cambiamenti climatici e l’agricoltura — che è strettamente legata alla terra e al clima della specifica regione in cui viene praticata — dovrà riuscire a dare risposte anche nelle situazioni estreme che si verranno a creare.

Barbara Buchner, ricercatrice presso l’International Energy Agency (IEA) di Parigi e consulente del Ministro dell’Ambiente durante l’ultimo G8, ha, infatti, ricordato che «l’innalzamento delle temperature comporta un calo delle produzioni, un aumento della desertificazione e un forte impatto sulle risorse idriche”. In particolare, il cambiamento climatico già in atto comporta un aumento delle precipitazioni nell’emisfero Nord e un calo delle risorse agricole nel bacino del Mediterraneo, il che naturalmente ha conseguenze sulla produzione di alimenti. Secondo la Buchner il settore dell’agroalimentare è quello più coinvolto dai cambiamenti climatici, sia perché ne subirà forti conseguenze, sia perché ne è una causa non secondaria, in quanto contribuisce attivamente all’immissione del gas serra nell’atmosfera. Per questo è indispensabile modificare al più presto il comportamento dei produttori e dei consumatori di questo settore. La Buchner ha suggerito di portare avanti tre macrostrategie per poter fronteggiare i cambiamenti del prossimo futuro: migliore gestione del terreno agricolo; corretta gestione del pascolo e intensivizzazione dell’allevamento; attività di recupero delle aree degradate e protezione di foreste e praterie.

Anche Carlo Carraro, rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, direttore del Programma per lo sviluppo sostenibile della Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), nonché vicepresidente del Working Group III dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), si è concentrato sul ruolo dell’agricoltura nella produzione di gas serra. Carraro ha affermato che le misurazioni di questo fenomeno vengono compiute solo da poco e i dati relativi agli effetti della produzione agricola di cui disponiamo sono sicuramente in difetto. In ogni caso, dobbiamo intervenire sia riducendo le emissioni di CO2, sia fronteggiando i cambiamenti adattandoci ad essi. E dobbiamo far sì che tutti i Paesi, soprattutto i più esposti, i più poveri e popolosi, siano in grado di adattarsi ai cambiamenti che inesorabilmente avremo. Gli obiettivi per un adattamento efficace sono i seguenti: sviluppare nuove sementi idonee al nuovo clima; modificare la distribuzione dei prodotti agricoli; riuscire a risparmiare più acqua nei processi produttivi; combattere la deforestazione; sviluppare i biocombustibili; modificare gli stili di vita, le abitudini e l’alimentazione delle popolazioni; migliorare la gestione della terra nei Paesi in via di sviluppo (al momento, infatti, la loro malagestione è fonte del 17% della CO2 emessa ogni anno). Se non ci impegniamo in tutte queste attività, le conseguenze nei Paesi in via di sviluppo saranno catastrofiche. «Già solo 2°C di rialzo termico in sistemi economici attualmente sotto stress come quelli africani saranno un dramma». Quando si parla di cambiamenti climatici, l’attenzione dei mass media verte soprattutto sul Polo Nord e sulle conseguenze sulla città di Venezia, ma in realtà l’attenzione degli scienziati è rivolta soprattutto all’enorme area che viene approvvigionata dalle riserve idriche della catena montuosa dell’Himalaya: un territorio vastissimo e popolosissimo, visto che da questi monti originano i principali fiumi di India, Cina e di diversi Paesi del Sud-Est asiatico.

Corrado Clini, direttore generale del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, ha dedicato il suo intervento alla situazione himalayana e al rischio che un calo drastico delle riserve idriche in questa catena comporta. «Se si sciolgono i ghiacciai himalayani, Cina e India rimangono prive delle loro principali riserve: stiamo parlando di una fetta di popolazione mondiale impressionante». In Cina, in particolare, il maggior problema dovuto al cambiamento climatico sarà quello delle progressive siccità e delle forti inondazioni, concentrate in periodi sempre più brevi che colpiranno l’area Centro-Nord del bacino del fiume Giallo. Il Paese sta rispondendo a questo scenario costruendo dighe e canali per collegare questo fiume al fiume Azzurro e gestire meglio le acque alluvionali. Eppure, bisogna mettere in conto che Cina e India saranno sottoposte a periodiche e severe alluvioni, che comprometteranno il loro sviluppo. È chiara a tutti l’esigenza di adattare queste economie molto vulnerabili ai cambiamenti climatici. In un prossimo futuro vedremo aumentare la domanda di carne da parte di Cina, eppure sappiamo che il 20% delle emissioni globali di metano, anidride carbonica e protossido d’azoto — che vanno a comporre i gas serra — originano proprio dalla produzione agricola e zootecnica. Tanto che, ad esempio, in Gran Bretagna, riuscire a ridurre il consumo di carne dei suoi abitanti porterebbe a maggiori vantaggi che una riduzione dell’uso dell’automobile. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo rischiare la sicurezza alimentare in Cina per poter ridurre i gas serra? «No — risponde Clini — dobbiamo riuscire a garantire entrambe le cose, tenendo conto che diversi tipi di prodotti alimentari comportano diverse produzioni di CO2. Poiché produrre carne costa 25 volte più che altre produzioni agricole in termini di anidride carbonica, dobbiamo necessariamente riconsiderare la struttura della produzione agricola e l’uso dei prodotti agricoli. L’obiettivo etico da raggiungere è garantire una buona alimentazione per tutti gli abitanti del pianeta, una buona produzione di alimenti, ma anche una riduzione dei gas serra».

Pur nel suo breve intervento registrato, anche Lester R. Brown, dell’istituto indipendente di ricerca sull’ambiente Earth Policy Institute, si è concentrato sugli effetti nei Paesi asiatici. «La Cina è il secondo produttore di grano del mondo, ma se le risorse idriche dell’Himalaya si ridurranno, la disponibilità di questo cereale calerà e saliranno i prezzi. E le fasce di popolazione più povere soffriranno la fame». Ma tutti i Paesi dell’area saranno colpiti, con conseguenze planetarie. Infatti, «un incremento di solo un metro dei livelli dei mari manderà sott’acqua vastissimi delta fluviali e aree costiere di Bangladesh e Vietnam. Si tratta delle zone in cui si ha la maggior produzione di riso di quei Paesi, grandi esportatori in tutto il mondo. Quindi ci sarà un netto calo delle produzioni e un altrettanto netto rialzo dei prezzi di questo cereale, base dell’alimentazione di quelle popolazioni».

Ha rincarato la dose Vandana Shiva, riportando dati secondo i quali la disponibilità di acqua sull’Himalaya si è già oggi drasticamente abbassata, perché i piccoli ghiacciai hanno già ridotto il loro volume e si sono sciolti. «Questo fenomeno sta comportando un notevolissimo calo del bestiame allevabile, che in certe zone raggiunge addirittura il 72%!». Anche la Shiva — fra le altre cose fondatore e direttore del Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy — si è soffermata sul legame fra costi di produzione agricola e accessibilità ai prodotti. «Oggi agricoltura e commercio degli alimenti sono troppo legati al petrolio e questo ne aumenta fortemente i costi, riducendo la possibilità di acquistare il cibo da parte dei poveri. Per dare da mangiare a tutti dobbiamo ridurre i costi di produzione e le risorse utilizzate. E questo obiettivo non è raggiungibile con l’agricoltura intensiva. Infatti, questa è troppo legata al petrolio per l’elevata meccanizzazione, per la fertilizzazione dei campi, per il commercio su lunghe distanze di derrate fresche, il che comporta elevati consumi di energia. Inoltre è ormai chiaro che elevati consumi di energia e di petrolio comportano un elevato incremento dei gas serra, responsabili a loro volta del cambiamento climatico, che ha i peggiori effetti proprio sulle produzioni agricole. Quindi industrializzazione, meccanizzazione e monocoltura contribuiscono alla lunga a ridurre le produzioni agricole nei Paesi più esposti e ad aumentare il loro costo, rendendo le risorse non disponibili per i più poveri». Vandana Shiva propone di intervenire modificando profondamente il sistema economico e agricolo oggi in atto nel mondo. Dobbiamo rivedere l’uso che facciamo dei terreni, la sua conversione da foresta a terra agricola. Dobbiamo anche rivedere la nostra produzione: al momento è destinato al consumo umano solo il 12% della produzione agricola; il restante 88% va sprecato oppure è utilizzato come mangime animale (o per la produzione di biocarburanti, NdA).

L’attuale sistema economico e produttivo mondiale ci sembra efficiente solo perché ha comportato un calo della manodopera, ma il cambiamento climatico che comporta dimostra che, visto in un’ottica più ampia, questo sistema non è efficace. Le monocolture non resistono al cambiamento climatico. Invece che fare ricerca con gli OGM, dobbiamo recuperare i prodotti dimenticati, perché sono loro che ci danno più chances di affrontare correttamente il cambiamento climatico e di limitarne i danni. Incrementando le conoscenze dei contadini è possibile accrescere le produzioni e migliorarne la loro conservazione senza intaccare nuovi terreni, arricchire il suolo di carbonio che viene così sottratto all’atmosfera, aumentare il reddito dei contadini.

Giulia Mauri

Eurocarni
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