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La globalizzazione sconfigge la fame nel mondo?
Vantaggi per i consumatori, creazione di ricchezza nei Paesi poveri, maggiore competitività fra imprese. Ma l’apertura al mercato estero è sempre una soluzione corretta e praticabile? Le proposte dello spagnolo Aznar messe in discussione
Rubrica: Convegni
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 119)
Il 3 dicembre scorso si è tenuto a Roma il primo forum internazionale del Barilla Center for Food and Nutrition. In una giornata in cui gli esperti si sono attestati su posizioni molto più articolate e su visioni molto più ampie dei problemi rispetto a quelle ascoltate a Venezia, si è distinto — a giudizio della scrivente — l’intervento di Josè Maria Aznar per la soluzione “semplicistica” proposta. Il relatore è l’ex premier spagnolo, protagonista di un periodo di grande sviluppo economico del suo Paese ed oggi presidente della Fundación para el Análisis y los Estudio Sociales (FAES), nonché docente dell’americana Georgetown University. «È vero che da 2 anni il mondo soffre per una crisi economica che ha avuto molti effetti negativi, quali crescita della disoccupazione, chiusura delle aziende, diffusione della povertà. Ma, se guardiamo il mondo in una prospettiva più lunga, gli ultimi 20 anni, notiamo come i risultati siano positivi: oggi il mondo è più ricco di quanto non lo sia mai stato in passato e prosperità e benessere hanno raggiunto picchi mai visti nella storia dell’uomo. La sofferenza dovuta a fame e malattie non è mai stata così poca» ha esordito Aznar. Questi ultimi due decenni sono il risultato di due fattori: il libero scambio e l’internazionalizzazione degli scambi a livello mondiale. Negli ultimi 30 anni l’economia globale è cresciuta, mentre fame, malattie e povertà si sono ridotte: più di 500 milioni di persone sono sfuggite alla povertà nel corso di questi tre decenni.
E questi decenni sono gli anni della globalizzazione, gli anni in cui si sono ridotte le barriere e si è avuto un maggior e più rapido sviluppo per i Paesi poveri. UE e USA sono i fari del benessere nel mondo e non a caso sono le aree economiche più libere del mondo. Oggi, per tutti gli abitanti del pianeta, ci sono più possibilità di accesso al cibo e all’istruzione. La prosperità è arrivata con l’apertura agli scambi commerciali e alla finanza e la riprova di queste affermazioni è la Cina, afferma Aznar. «Eppure, ancora oggi, sono milioni le persone che muoiono di fame e malattie, per guerre e violenza. L’Africa è la più vasta regione in cui impera la fame: cosa possiamo fare noi, come persone, come comunità e come Paesi, per aiutare gli africani? La fame non è inesorabile né inevitabile, può essere sconfitta e l’Asia ne è la prova».
I Paesi i cui abitanti soffrono la fame hanno tre principali problemi:
- l’instabilità istituzionale;
- la carenza di capitale umano;
- la carenza di libertà economica.
La globalizzazione può aiutare a risolvere tutti e tre questi problemi, dice Aznar. Unione Europea e Stati Uniti devono domandarsi se l’approccio finora adottato è quello più corretto e opportuno per debellare la povertà. In molti Paesi poveri c’è una totale assenza di globalizzazione. Eppure, tutti i Paesi poveri vogliono aprirsi alla globalizzazione. Perché UE e USA li tengono ai margini di questo processo? Perché finanziano gli aiuti allo sviluppo invece che aprire ai loro prodotti i nostri mercati? «Bisogna dire no all’assenza di libera circolazione e di concorrenza, perché queste sono in contrasto con il nostro obiettivo reale, che è un progetto economico e sociale reale». Inoltre, secondo Aznar, l’industria agroalimentare non può tenere alla larga i concorrenti ponendo dazi e ostacoli. Dovremmo accettare la concorrenza e aprirci allo sviluppo e alla qualità. Questo sarebbe un vantaggio per tutti: per i Paesi in via di sviluppo, per gli utenti finali (i consumatori) e per le nostre stesse aziende. Ed ecco, quindi la soluzione proposta da Aznar: possiamo importare a basso prezzo patate, frutta e cereali dall’Africa e in Europa concentrarci su produzioni agricole particolari, ad esempio, in Italia potremmo dedicarci alla coltivazione di cereali per la pasta. Solo noi italiani sappiamo fare bene questo prodotto, lasciamo agli altri Paesi gli altri prodotti! In questo modo sul mercato europeo arriverebbero prodotti africani a prezzi più competitivi e al tempo stesso il reddito degli africani salirebbe e finirebbe per creare un nuovo mercato per i prodotti anche europei. «Infatti, anche gli africani vorrebbero mangiare la pasta, ma non hanno i soldi per comprarla» garantisce Aznar. In conclusione, secondo l’ex premier spagnolo, i flussi di soldi erogati in aiuto allo sviluppo verso i Paesi poveri e in aiuti protezionistici nei Paesi ricchi dovrebbero venire interrotti: così si renderebbero disponibili nuove risorse economiche per finanziare altri progetti. Solo la globalizzazione e il libero scambio sono in grado di dare prosperità; perché globalizzazione è sinonimo di cura degli interessi, nostri e di tutti.
L’impressione che ho avuto ascoltano questo intervento è che in alcuni settori economici e accademici si sia molto lontani dal voler analizzare tutta la complessità dei problemi attuali e si finisca per giocare a monopoli, invece che pianificare gli sviluppi del pianeta. L’intera Italia trasformata in un’unica immensa distesa di grano duro… una visione che forse avrebbe potuto risvegliare gli entusiasmi nel periodo fra le due guerre (già pronti i titoli: “L’Italia torna sullo scenario mondiale nel ruolo che di diritto le spetta: fra 15 anni tutto il mondo mangerà pasta!” e ancora “Il virile aratro sarà l’arma per conquistare le terre che ancora non sono state — ma già sanno di doverlo essere, per inevitabile fato — piegate alla gloria di Roma”). A parte i discorsi sulla biodiversità — che con questa monocoltura nazionale e continentale possiamo anche scordare —, sulla professionalità, raffinatezza e complessità delle nostre filiere agricole; a parte l’impennata delle produzioni di CO2 come conseguenza dei consumi di combustibili fossili destinati a muovere le navi refrigerate che trasporteranno fino a noi la frutta e la verdura che sempre più dovremo mangiare per tenerci in salute; a parte gli enormi problemi di igiene degli alimenti, di salubrità e di contaminazioni — fungine e no — dei prodotti dovuti al lungo viaggio nelle stive, alle differenti leggi nazionali su prodotti chimici e residui, alla differente percezione del concetto di qualità, il discorso appare slegato dalla realtà. Vecchio ancor prima di nascere, così incurante delle nuove sensibilità dei consumatori, quali i prodotti a chilometro zero, l’attenzione ai consumi di CO2 per la produzione, la riscoperta delle varietà locali, rustiche e dimenticate. È un discorso che fa quasi paura: stiamo parlando di dare da mangiare a centinaia di milioni di persone o di una partita a Risiko?
I tre punti di critici individuati da Aznar nei Paesi che soffrono la fame sono veri, ma siamo sicuri che la soluzione proposta sia quella giusta? È vero che ideologie e dittature hanno gravi conseguenze sulle produzioni agricole (ad esempio l’odierno Zimbabwe di Mugabe, la Corea del Nord dei due Kim, oppure l’Ucraina del 1932-1933, l’URSS nel 1921-1923 e nel 1947 e la Cina di Mao), ma anche i malgoverni e i clientelismi hanno effetti devastanti sull’economia di un Paese. In Africa — ha riferito Kathleen Kennedy Townsend durante un breve intervento registrato — i trasporti delle merci sono estremamente difficoltosi, i tempi di percorrenza sono lunghissimi. Mancano le strade e i porti, mancano i magazzini frigoriferi e le strutture di stoccaggio, la rete dei trasporti e la sua organizzazione, manca la professionalità e spesso anche la capacità di regolare i commerci con l’estero senza danneggiare la propria popolazione. Quando l’Irlanda venne colpita dalla grande carestia detta “The Great Famine” del 1845-1849, che fece calare la popolazione del 25, forse addirittura del 30% (e ancora oggi in Irlanda non si contano 9 milioni di abitanti come invece accadeva nel 1841. Quasi in tre milioni morirono, emigrarono o morirono emigrando), l’isola era caratterizzata da monocolture. I cereali erano prodotti sui grandi appezzamenti dei latifondisti britannici e costavano troppo per la popolazione rurale che si dedicava alla coltivazione e al consumo della patata. A causa dei grandi guadagni ricavabili esportando i prodotti cerealicoli, negli anni precedenti la carestia, sempre maggiori estensioni di terreno erano state destinate a questa attività commerciale, mentre sempre minori erano i terreni coltivati per il consumo interno. I vantaggi economici rimanevano in mano a pochi latifondisti. L’aumento dei prezzi per la concorrenza con l’estero incrementò le difficoltà dei poveri del Paese, che si videro costretti a nutrirsi sempre più e sempre solo di patate. Nel primo anno di carestia, il raccolto del tubero si ridusse del 30% a causa di un’infestazione fungina (la peronospora) e con percentuali elevatissime nei raccolti dei successivi 4 anni, spesso toccando il 100% delle perdite. Eppure, dai porti, i cereali continuarono a venire esportati e questo crudele controsenso andò avanti a lungo, aggravando drasticamente il bilancio delle vittime. La politica economica britannica fu sicuramente una delle cause più pesanti della tragedia, associata alle condizioni dell’agricoltura locale (stretta sussistenza per i più poveri e solo export per i grandi proprietari) e all’incremento demografico avvenuto nei decenni precedenti. La popolazione chiese di fermare l’esportazione di grano dall’Irlanda, ma i latifondisti erano contrari. Il governo britannico decise allora di continuare le esportazioni e al tempo stesso far affluire del cibo verso l’isola. Per non deludere i propri sostenitori, il governo aveva scelto una soluzione che tutelava i guadagni dei latifondisti, pur essendo difficoltosa per questioni di politica protezionista, di geografia del Paese, di dispersione della popolazione, di mancanza di infrastrutture e di disorganizzazione.
Siamo davvero sicuri che non possa ripetersi un evento simile, se adottiamo la proposta di Aznar? È sensato scaraventare certe realtà commerciali sul mercato internazionale, se non esiste un vero mercato interno? Non si finirebbe per drogare il mercato degli alimenti in queste nazioni? Quanto tempo servirebbe per creare una piccola borghesia che riesca ad avvantaggiarsi della nuova situazione? Non è possibile che alcune élite dominanti finiscano per accaparrarsi i guadagni — e comincino a mangiare spaghetti — sacrificando le esigenze dei più poveri, delle tribù lontane dal potere, delle minoranze etniche e religiose in Paesi con democrazie sempre molto instabili e compromesse? Davvero certi Paesi sarebbero in grado di autoregolamentarsi, trattenendo per il mercato interno la quota sufficiente per coprire le necessità alimentari e le disponibilità economiche dei propri abitanti, anche i più emarginati, anche quelli senza un vero reddito? Lo farebbero anche se questo comportasse la rinuncia a lauti guadagni in moneta straniera? Le grandi visioni destano sempre grandi opposizioni, eppure, vista la posta in gioco, abbiamo l’obbligo di non cercare soluzioni semplicistiche, né di calare dall’alto sistemi dirigistici e idealizzati che molto spesso nel recente passato del pianeta hanno portato a danni enormi per l’umanità.
Giulia Mauri
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