Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 2, 2010

Rubrica: Indagini
(Articolo di pagina 115)

La filiera della carne bovina nel 2008

Relazione AIA

Nel 2008 il valore della produzione ai prezzi di base degli allevamenti bovini da carne si è attestato a meno di 3,4 miliardi di euro, mostrando una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. Il contributo al valore dell’intera produzione agricola è stato del 6,9%, contro il 7,3% del 2007. Nello stesso tempo, l’incidenza del comparto sull’offerta degli allevamenti e sulla sola zootecnia da carne è risultata pari, rispettivamente, al 21,3% (–1,2%) ed al 34,9% (–1,0%). Nella fase primaria è possibile operare una prima distinzione del comparto in tre diverse aree merceologiche. La prima può essere individuata nel vitello di razza da latte ingrassato (prevalentemente con polvere di latte) sino a raggiungere un peso di circa 250 kg a 5-6 mesi, nelle zone di produzione del latte comprese tra la Lombardia ed il Veneto. Tale segmento che nel 2008 ha rappresentato il 12% della produzione nazionale di carne bovina, ha interessato circa 850.000 capi, provenienti in prevalenza (98%) dagli allevamenti nazionali da latte. La seconda categoria può essere individuata nella vacca a fine carriera, con un peso medio di 560-580 kg, localizzata prevalentemente nelle regioni del Nord, dove si concentra la produzione del latte; nel 2008 l’incidenza di tale segmento sull’offerta complessiva di carne è stata pari al 13%, interessando 469.000 capi, provenienti quasi esclusivamente (93%) dagli allevamenti nazionali. La categoria più importante è rappresentata, però, dal vitellone (74% dell’offerta complessiva di carne bovina) che, con oltre 2,4 milioni di capi macellati nel 2008, costituisce il cuore della filiera bovina da carne. La quasi totalità degli animali avviati al macello deriva da aziende nazionali (97%), che allevano per il 34% capi di origine estera e per il 66% capi di origine nazionale. Questi ultimi derivano per circa il 27% da allevamenti specializzati da carne e per la restante parte da allevamenti da latte.

Nella successiva fase di macellazione e lavorazione industriale, la cui offerta è ammontata nel 2008 a 1,06 milioni di tonnellate, il prodotto nazionale, unitamente alla carne di importazione (497.000 t nel 2008), viene avviato al consumo (1,4 milioni di tonnellate) e, in minima parte, all’esportazione (155.000 t). Nel 2008 la produzione nazionale di bovini vivi ha continuato ad evidenziare quei segnali di cambiamento che già si erano manifestati nel corso dell’anno precedente, riassumibili in:

  • una ulteriore notevole riduzione del numero di animali di origine estera avviati all’ingrasso (–24%), seguita alla decelerazione dell’anno precedente (–7%), in conseguenza soprattutto delle restrizioni alla movimentazione del bestiame proveniente dalle aree colpite da Blue Tongue (Francia);
  • una parziale compensazione alla minore disponibilità di capi esteri con un maggiore numero di vitelli nazionali (incroci) avviati all’ingrasso (+18%);
  • una conseguente lieve contrazione del numero di vitelli destinati alla macellazione (–1%), fa seguito alla forte flessione dell’anno precedente (–9%), che si è riflessa in una analoga riduzione del numero di vitelli a carne bianca macellati (–1%);
  • una riduzione dell’offerta di vitelloni, in conseguenza sia del calo del numero di vitelloni avviati al macello (–8%), sia della flessione del peso medio degli animali (–1%), aumentato nell’anno precedente;
  • una contrazione dell’incidenza del segmento del vitellone sulla produzione nazionale del comparto, in favore del segmento del vitello, ridottosi in misura molto minore del primo;
  • una sensibile riduzione della disponibilità totale (macellazioni + import), determinata, oltre che dal calo delle macellazioni nazionali (–6%), anche dalla diminuzione dell’import di carne (–4%);
  • una considerevole contrazione del consumo apparente pro capite, per effetto della riduzione dell’offerta e del contemporaneo aumento delle esportazioni di carne.

La catena del valore

Lungo il flusso che porta dalla produzione della materia prima al consumo dei prodotti da essa derivati, passando per le fasi di trasformazione e distribuzione, il valore dei prodotti aumenta, incorporando in sé i costi di produzione ed il valore aggiunto, quest’ultimo proporzionale anche alla quantità di servizio inglobato nel prodotto man mano che si sposta verso la fase finale. L’analisi della catena del valore, quindi, consentendo di individuare il valore aggiunto creato in ogni stadio, permette di confrontare i “margini” di cui ogni segmento di filiera si appropria, fornendone così una descrizione grezza del potere di mercato. Premesso ciò, si rileva come nel corso della filiera il valore della materia prima, che ai cancelli dell’azienda agricola è pari a 3,8 miliardi di euro, cresca del 58% all’uscita dell’industria, sfiorando la cifra di 6,2 miliardi di euro. Infine, al lordo degli scambi con l’estero di carni e preparazioni e considerando i quantitativi commercializzati dal canale, il valore complessivo del mercato della carne bovina raggiunge poco più di 15 miliardi di euro. Circa il 78% di questo valore è generato dal canale e la restante parte dall’Horeca. Il confronto con l’anno precedente mostra una contrazione del valore della produzione sia nella fase agricola (–1,8%) che industriale (–2,7%). Diversamente, il valore degli scambi commerciali segna un aumento dell’8,3% per le esportazioni e una contrazione del 7% per le importazioni. La flessione stimata per il valore del mercato finale risulta poco superiore a 900 milioni di euro (–5,7% rispetto al 2007).

In calo produzione e scambi di carni bovine

Nel 2008 il settore mondiale delle carni bovine ha mostrato segnali non molto positivi. La produzione complessiva è diminuita, anche se in misura limitata a qualche decimo di punto percentuale, su cui si è poi innestata, nel corso dell’anno, una domanda internazionale che ha pesantemente risentito del quadro economico generale negativo. Gli scambi, di conseguenza, sono stati penalizzati, benché in questo contesto prosegua il recupero del ruolo di esportatore netto da parete degli USA. I prezzi mondiali, in decisa crescita per buona parte dell’anno, hanno poi iniziato un brusco ripiegamento, anche se il confronto tra le medie annuali rimane largamente positivo per i produttori. Anche nell’Unione Europea, a causa del lieve calo delle macellazioni e delle ridotte importazioni, si sono avuti aumenti medi di prezzo, che sia pure in presenza di una domanda stentata hanno interessato anche l’Italia.

Le dinamiche del mercato europeo

Il prezzo medio comunitario dei bovini adulti da macello, dopo una fase iniziata nel 2002 con segni di un miglioramento delle condizioni di mercato, e culminata nel 2006 con un valore di circa 285 Euro per 100 kg di peso vivo, aveva poi subito nel 2007 un regresso, perdendo oltre tre punti percentuali e collocandosi al livello di 275 Euro per kg; il 2008 ha comportato una ripresa della tendenza positiva, recuperando quanto perso l’anno precedente e segnando un ulteriore progresso più o meno della stessa intensità; tanto che la crescita di prezzo rispetto al 2007 è stata prossima al 7%. Nel complesso, la consistenza di bovini nell’UE a 15 si è contratta, tra il 2003 ed il 2008, del 2,5%; benché una tendenziale riduzione sia fisiologica, dato lo stretto legame esistente in Europa tra produzione di carne bovina e di latte, e la tendenza alla crescita nella produzione per vacca di quest’ultimo, in realtà si manifestano sensibili differenze da un paese all’altro. Relativamente alle macellazioni, il 2008 vede un calo della quantità di carne prodotta dell’1,7%, da mettere in relazione al peggioramento delle condizioni di mercato che aveva caratterizzato il 2007, tanto che abbastanza regolarmente si osserva un segno negativo della variazione tra 2007 e 2008 proprio in quei casi in cui il 2007 era stato in crescita, come Francia, Regno Unito, Irlanda, Danimarca e Belgio. Il tasso di autoapprovvigionamento del mercato comunitario, che era sceso sotto il 100% tra il 2002 ed il 2003, per poi oscillare attorno al 97-98%, indipendentemente dai due allargamenti della UE che si sono nel frattempo realizzati, ha mostrato nel 2008 un marcato progresso, riportandosi appena sotto l’unità. Tale recupero della copertura dei fabbisogni interni, per il quale successivi dati più accurati potranno rettificare in parte l’intensità, ma certamente non modificare la natura, è però avvenuto nel peggiore dei modi con cui si può migliorare il bilancio risorse-impieghi, ossia attraverso un calo dei consumi: l’utilizzo interno “lordo” si è infatti ridotto tra il 2007 ed il 2008, nella UE a 27, di poco meno di 230.000 tonnellate, pari al 2,7%.

Crescono i prezzi in Italia, ma meno della media europea

Gli indici dei prezzi alla produzione (base 2.000 = 100) calcolati dall’Ismea, che permettono di valutare complessivamente gli andamenti del comparto, nel 2008 hanno evidenziato a livello medio un andamento in linea sia con il resto dell’agricoltura che con la zootecnia nel suo complesso. Infatti, l’indice del gruppo dei prodotti bovini presenta, in media annuale, un incremento del 5,4% rispetto al corrispondente valore dell’anno prima, l’indice dei prezzi alla produzione della categoria dei prodotti zootecnici cresce praticamente della stessa percentuale, quello dell’aggregato “agricoltura” aumenta poco di più, nella misura del 7,3%. L’analisi dell’indice dei prezzi del gruppo dei prodotti bovini a livello mensile mostra, per l’anno 2008, un andamento oscillante, malgrado i valori di inizio e fine anno risultino praticamente coincidenti e superiori a 102; il recupero infatti era stato già evidenziato nella seconda metà dell’anno precedente, quando si passava dal valore mensile minimo del 2007, appena oltre 92, registrato a luglio, a poco sotto la soglia di 100 in dicembre. In gennaio 2008 ha nuovamente superato il livello dell’anno base, restandoci per tutti i primi sei mesi; dopo il minimo stagionale di luglio e agosto, in settembre è tornato a superare quota 100 restandoci, con la sola eccezione di novembre, fino ad aprile del 2009. Pertanto, si può affermare che certamente quello appena trascorso è il periodo più lungo, in questa decade, nel quale i prezzi alla produzione del comparto bovino si sono mantenuti sopra il livello dell’anno base.

Battuta d’arresto nella ripresa della produzione nazionale

La rilevazione sulle consistenze degli allevamenti bovini in Italia al 1º dicembre 2008 definisce un patrimonio bovino nazionale costituito da circa 6,2 milioni di capi, evidenziando un decremento dell’1,7% rispetto al corrispondente dato dell’anno prima; al suo interno le vacche da latte sono 1.831.000 , anch’esse in riduzione ma soltanto dello 0,4%, e 372.000 le “altre vacche”, che invece si contraggono di ben 69.000 unità (–15,6%), dopo il recupero evidenziato l’anno precedente. Il decremento del patrimonio bovino nazionale registrato nell’ultimo anno rappresenta un ritorno agli andamenti precedenti al 2007, vanificando quanto invece era stato recuperato in quell’anno; fino al 2006, infatti, le indagini annuali avevano segnalato una ininterrotta tendenza alla contrazione del numero dei capi, tanto che a partire dal 2001 il patrimonio totale si era ridotto di circa 600.000 capi, pari all’8,8%; di queste 264.000 erano vacche da latte. Nel 2008, la produzione di carne bovina degli allevamenti nazionali diminuisce del 2,7% raggiungendo un livello intermedio rispetto al 2006 e il 2007 con 1.470.000 tonnellate; si mantiene così un tasso medio annuo di variazione negativo rispetto sia al 2000 (–1,4%) che a dieci anni prima (–0,9%). Per la prima volta negli ultimi decenni, la produzione in quantità di carne bovina viene superata (per oltre il 5%) da quella di pollame, dopo che già agli inizi degli anni ‘90 era stata superata dalla quella di carne suina, che ora la sopravanza per oltre un terzo.

I minori costi per i ristalli consentono un recupero di redditività

Tra le variabili strutturali da cui dipendono i costi di produzione negli allevamenti da ingrasso rientrano la dimensione aziendale, la diversa disponibilità di fattori di produzione (terra e lavoro), così come l’età, il sesso e il tipo genetico dei vitelli ingrassati, oltre al regime alimentare adottato. L’insieme di questi elementi determina sensibili differenze nel costo di allevamento che, al lordo dei premi, nel 2008 ha oscillato tra il minimo di 265 Euro per 100 kg di peso vivo prodotto nelle aziende del Veneto (in calo dello 0,7% rispetto al 2007) ed il massimo di 307 Euro/100 kg del campione di allevamenti piemontesi (+2,1%).

Tuttavia, con riferimento ai soli costi diretti, gli aumenti sono generalizzati e molto più consistenti: da 155,79 a 167,85 Euro per 100 kg in Veneto (+7,7%) e da 153,07 a 162,86Europer kg in Piemonte (+6,4%). Solo il minor costo dei ristalli, ridottosi del 29,6% per il campione veneto e del 7,8% per quello piemontese, ha consentito di contenere i costi complessivi.

Per quanto riguarda il dettaglio delle singole voci di costo, il fenomeno più evidente è l’aumento di quelli legati all’alimentazione. L’analisi relativa al 2008 ha confermato la migliore efficienza alimentare raggiunta nelle aziende piemontesi, che si traduce in più elevati incrementi ponderali ottenuti sostenendo costi di alimentazione mediamente inferiori.

Il costo di alimentazione in questi allevamenti è stato pari a 118,79 Euro per 100 kg di peso vivo prodotto, contro la media di 124,57Euro/100kg del campione di ingrassatori del Veneto. La spesa relativa agli acquisti di mangimi è risultata per questi ultimi lievemente superiore, nonostante il largo impiego di insilati ed il minore utilizzo di concentrati. Sia in Veneto che in Piemonte l’incidenza dei contributi della PAC è mediamente aumentata, perché, a fronte dei contributi erogati in forma disaccoppiata, si è registrato una diminuzione delle produzioni aziendali. Rapportati alla produzione, il pagamento unico aziendale e i premi supplementari per le aziende del campione veneto si sono attestati intorno ai 67 Euro/100 kg, corrispondenti al 25% del costo totale. Nelle aziende piemontesi si sono portati a 45 Euro/100 kg di peso vivo, pari al 15% del costo totale. I pagamenti diretti hanno garantito agli allevamenti del Nord-Est un utile netto positivo, con i ricavi che sono passati nel 2008 dal 105 al 116% dei costi totali. Nelle aziende piemontesi i ricavi della vendita dei capi hanno consentito, invece, la copertura di tutti i costi, nella misura del 104% (rispetto al 102% nel 2007), con un margine sensibilmente inferiore a quello realizzato dal campione di allevamenti veneti.

L’Italia resta un grande importatore

Nel 2008 il dato relativo agli acquisti domestici totali mostra un calo sensibile in volume (–2,1%), anche se molto più contenuto in valore. Le circa 384 .000 tonnellate consumate nel 2008 restano, inoltre, ben al disotto dei quantitativi consumati nel 2000, prima dell’emergenza Bse (circa 450.000 tonnellate), a dimostrazione di come la chiusura ufficiale dell’emergenza nel 2006 abbia comunque scontato un calo strutturale dei consumi. L’incidenza complessiva della carne di bovino adulto sul totale degli acquisti complessivi di carne bovina è decisamente predominante, con circa il 42% dei consumi in quantità per la carne di manzo e il 40% per il vitellone, mentre la quota del vitello rimane al di sotto del 18%. Tale ripartizione è andata delineandosi a partire dal 2003, con un’inversione di tendenza rispetto al periodo precedente, che aveva invece visto privilegiati i consumi di carne di vitello, come effetto della crisi Bse. Seguendo la scia di quanto avvenuto nel 2007, il deficit della bilancia commerciale per i bovini vivi e le carni bovine segna nel 2008 una ulteriore contrazione, attestandosi a quota 2.546 milioni di euro. Il valore dei prodotti importati si ferma a 3.019 milioni di euro con una ulteriore contrazione di oltre 150 milioni rispetto al 2007 (–4,8%). Per le esportazioni l’ammontare è di 474 milioni di euro, un valore in crescita rispetto all’anno precedente (+10,4%), che conferma un trend positivo iniziato nel 2002, dopo gli effetti dell’ultima crisi Bse del dicembre 2000.

In termini quantitativi, espressi come quantità di equivalente carne, il deficit è sceso a 517.000 tonnellate: le importazioni si sono attestate sulle 691.000 tonnellate e le esportazioni sono ammontate a 174.000 tonnellate (+17,5%). Alla formazione del deficit contribuiscono, in modo significativo, sia i capi vivi che le carni, con una quota in valore, rispettivamente, del 35,4% e del 64,6%. Dai dati appena esposti l’Italia, nonostante la contrazione dei flussi in entrata, si conferma come un forte importatore netto di bovini vivi e di carni bovine; peraltro le esportazioni hanno un ruolo marginale negli scambi commerciali, e il tasso di autoapprovvigionamento si attesta al 62,3%. Il deficit della bilancia commerciale di bovini e di carni bovine risulta, quindi, legato all’andamento delle importazioni, basti notare quanto è accaduto con le crisi Bse del 1996 e del dicembre 2000. Sono soprattutto i bovini vivi ad incidere sugli andamenti della bilancia commerciale del 2008, con una contrazione del numero di capi importati del 23% per i bovini da allevamento e del 15% per i bovini da macello. Diverse sono le motivazioni che possono spiegare questo andamento, anche se in primo luogo emergono i problemi sanitari all’interno dell’UE (Blue Tongue) ed i conseguenti vincoli di commercializzazione che hanno penalizzato l’integrazione tra la filiera francese e quella italiana.

Infine, sia per problemi sanitari che per gli effetti della crisi economica, si assiste anche ad un crollo delle rilevanti importazioni di carni congelate di provenienza brasiliana. La situazione del Brasile e le restrizioni all’export imposte dall’Argentina hanno notevolmente ridotto l’approvvigionamento italiano di carni dal Sud America. Quest’area rimane un mercato con un importante potenziale nella fornitura futura di tagli congelati, anche se, dopo la soluzione del contenzioso Usa-UE sul commercio della carne bovina, parte delle forniture potranno essere sostituite con carne statunitense non trattata con ormoni.

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.