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Eurocarni nr. 2, 2010

Rubrica: Alimentazione
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 108)

Più carne per tutti i bambini del mondo

Carne e verdura contro la malnutrizione infantile. Solo una dieta che garantisca anche micronutrienti e acidi grassi può fornire tutto ciò che serve a un bambino

Il forum internazionale del Barilla Center for Food and Nutrition è stato un’occasione per fare il punto sui risultati delle ultime ricerche in tema di nutrizione infantile e sulla qualità degli interventi di assistenza di FAO e WFP (World Food Program) nei paesi poveri durante il periodo di maggior incidenza della crisi economica di questo triennio (2006-2009). Martin Bloem è il responsabile del settore Politiche per la nutrizione e l’HIV/AIDS del World Food Program delle Nazioni Unite. Bloem ha cominciato il suo intervento con una vera frase a effetto: «Voglio dirvi che investire nella corretta nutrizione dei bambini serve. Ed è un investimento che rende. Infatti dà vantaggi che rendono soddisfacenti e sostenibili i costi sostenuti per raggiungere questo obiettivo». Al mondo ci sono più di un miliardo di affamati e molti altri ancora che sono denutriti. Fra questi ultimi si contano soprattutto bambini. Dagli anni ‘90 a oggi il problema della malnutrizione si è ridotto dal 70 al 62%, ma nell’ultimo biennio la malnutrizione è nuovamente cresciuta perché correlata all’aumento dei prezzi degli alimenti. Un valore che va dal 30 al 50% delle morti infantili è riconducibile a sottodenutrizione e malnutrizione, anche se poi la causa diretta di exitus sono spesso patologie gastroenteriche.

Ma la morte non è l’unica piaga della fame infantile. Le conseguenze della malnutrizione subita da piccoli si trascinano per tutta la vita di una persona e consistono soprattutto in una riduzione delle capacità intellettuali e in un incremento delle malattie croniche. Ad esempio, un corretto apporto di ferro (particolarmente presente nella carne) è essenziale per lo sviluppo intellettuale di un bambino. Tutto questo ha un costo per la società e per le economie nazionali e mondiali. «Studi recenti dimostrano che bisogna assolutamente garantire una corretta alimentazione in un periodo di vita ben definito, che va dal concepimento del nascituro, fino al compimento dei due anni di età. Altrimenti i danni sono irreversibili» ha affermato Bloem. Intervenire per migliorare il livello nutrizionale dopo i 2 anni dà risultati molto scarsi: la statura dei bambini non aumenta come dovrebbe; in compenso, si hanno più soggetti obesi, diabetici e colpiti da malattie cardiovascolari. E questo fa salire i costi economici e sociali.

La malnutrizione non è solo una semplice questione di soldi. Secondo Bloem, la crescita economica di un Paese povero o della famiglia può contribuire a migliorare la situazione dei bambini malnutriti, ma da sola non è sufficiente per far sì che i bambini abbiano a disposizione i necessari elementi nutritivi nelle dosi e nelle percentuali corrette. Infatti, una volta che la famiglia ha a disposizione il reddito sufficiente per acquistare il cibo, deve anche sapere qual è il cibo corretto per la crescita del proprio bambino, quindi come spendere i soldi a disposizione. Ad esempio, i sali minerali sono essenziali per il corretto sviluppo dei bambini. «È vero che se ho un aumento della produzione agricola sono in grado di migliorare la nutrizione del pianeta. Tuttavia, l’aumento di consumo di alimenti non è necessariamente correlato ad un miglioramento della nutrizione».

I poveri del pianeta che in questi 20 anni hanno visto aumentare la quantità di cibo disponibile non hanno però potuto godere di un aumento della varietà di alimenti a cui accedere: in molte aree del mondo, i poveri continuano ad avere poca scelta, perché il costo degli alimenti li spinge a comprare sempre e solo riso. Ne mangiano di più, non sono più denutriti, ma sono malnutriti. «Si è visto che più si è ricchi e più aumenta la possibilità di scegliere fra una rosa di alimenti diversi; inoltre, la ricchezza economica permette di scegliere anche i prodotti più costosi, quelli che inevitabilmente hanno più sali minerali e gli opportuni acidi grassi» ha affermato Bloem. Dunque, tanto più varia è la dieta di un individuo, tanto più basso è il rischio di malnutrizione.

Il comportamento alimentare tipico delle famiglie in ascesa economica è il seguente: da una povertà iniziale, segnata da una ridotta assunzione di cibo in generale, la famiglia che comincia ad avere qualche disponibilità economica si orienta negli acquisti in modo da incrementare le fonti energetiche nella propria dieta, quindi il consumo di carboidrati. Successivamente, di pari passo con il crescere del reddito, aumenta sulla tavola la presenza di alimenti ricchi di micronutrienti – dunque carne, pesce, verdure e frutta fresca. Infine, una volta raggiunto il benessere economico, l’assunzione di calorie si stabilizza. «Sono i componenti non cerealicoli della dieta i responsabili del miglioramento dei valori nutrizionali della stessa» ha detto Bloem. Soprattutto nel caso dei bambini, sono carne, pesce, frutta e verdura in giuste proporzioni che consentono lo sviluppo ottimale dell’organismo. Bloem ha anche citato i dati rilevati in Indonesia dall’inizio della crisi economica: i referenti del WFP hanno rilevato un calo di micronutrienti e sali minerali nella dieta dei bambini, il che si è già trasformato in un incremento dei soggetti infantili anemici che va dal 30 fino addirittura al 90% nei bambini dei diversi quartieri della sola Giakarta (la carenza di ferro è una delle principali cause dell’anemia, ma provoca anche ritardi nello sviluppo intellettuale). Le famiglie impoverite si sono appiattite su una dieta monotona e basata soprattutto su prodotti cerealicoli, quelli a più basso costo.

Certo, il caso indonesiano è estremo, ma va detto che alcune indagini pubblicate sui giornali nazionali hanno riconosciuto che anche molti italiani hanno ridotto il loro consumo di alimenti freschi e di carne in conseguenza dell’aumento dei prezzi; alcuni di loro (e non sono pochi) hanno preferito modificare la loro dieta piuttosto che rinunciare ad acquisti di materiale elettronico o a spese superflue. «Bisogna agire informando le madri delle necessità dei loro bambini. Il problema della malnutrizione è economico, ma non solo: bisogna anche educare le mamme perché acquistino il cibo idoneo per i loro bimbi, perché sappiano che la dieta dei bambini deve essere differente da quella del resto della famiglia, deve essere più ricca e varia. Infine, anche nei paesi poveri devono essere disponibili gli alimenti specifici per bambini».

Bloem ha concluso ricordando che gli interventi del WFP consistono soprattutto nel sostegno ai piccoli agricoltori dei Paesi poveri e nell’istituzione di una rete di sicurezza che garantisce l’erogazione di “buoni pasto” e alimenti di base. «Ma il paniere alimentare garantito dal WFP va modificato, perché oggi vengono forniti agli assistiti alimenti non corretti sulla base delle attuali conoscenze nutrizionali». Ad esempio, oggi in India il 40% della popolazione assistita dal WFP non riceve ciò che realmente le servirebbe per una corretta nutrizione, né può ricavarlo dai prodotti locali disponibili sul mercato.

Insomma, per i poveri del mondo meno cereali e zuccheri — che pure servono a tamponare la situazione — e più alimenti nobili, quali la carne.

Giulia Mauri

Eurocarni
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