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Eurocarni nr. 10, 2010

Rubrica: Fuoricampo
Articolo di Dell'Orso C.
(Articolo di pagina 125)

Marmitte africane

Non venivano mai arrostiti gli esploratori, nè finivano fritti: dovevano diventare invece carne lessa dentro a capaci marmitte. Un accenno politicamente scorretto a queste abitudini “gastronomiche” dei comics americani ed europei ante decolonizzazione

Non venivano mai arrostiti, gli esploratori. Né finivano fritti, se non nel senso figurato del termine. Dovevano diventare carne lessa con aggiunta d’abbondante sale, pepe e gambi di sedano nelle capaci marmitte. Portati a lenta ebollizione, chiaramente da esperti, usando legna accesa sotto il pentolone piazzato al centro del villaggio di capanne. Un metodo genuino di cottura che rendeva il “prodotto” alquanto sapido. Solo che l’utilizzatore finale restava ogniqualvolta con inesausta fame, perché mai nelle storie di filone umoristico riuscì a raggiungere il suo scopo. Eppure, i capi tribù dell’Africa profonda cui le tenere (?) carni dei nostri eroi erano destinate e i cuochi addetti alla bisogna sembravano alieni da digiuni, vista la rotondità pronunciata del lucido ventre, esibito sopra il gonnellino di foglie. Politicamente scorrettissimo, al giorno d’oggi, accennare a queste abitudini, diciamo così, gastronomiche, che affioravano nelle avventure esotiche ante decolonizzazione dei comics americani ed europei. Tanto che sarebbe forse troppo lungo ed imbarazzante (per noi, ovviamente) elencarli tutti. Anche se le sequenze, pur risentendo d’uno strisciante razzismo che allora non veniva certo percepito come tale, viravano al comico piuttosto surreale, ogni violenza edulcorata dalla farsa. In fondo, lasciavano intendere trattarsi d’una caricatura di caratteri, usi e supposti costumi e l’orrenda antropofagia (praticata fin dall’antichità dalle genti del mondo intero) l’espediente per irresistibili gag.

Nulla di più, nulla di meno, fin dai primordi del fumetto quando i cannibali africani intendevano usare come possibile pasto la coppia “Alf & Bouncing Billy” di Tom Browne (1898), infilavano l’esterrefatto Fortunello tutto vestito nella pentola (“Happy Hooligan” di Frederick Burr Opper, 1900) o trattavano come vacca al mercato il nudo protagonista di un “Dream of the Rarebit Fiend”, autore Winsor McCay, 1904. C’è da segnalare, semmai, l’ingenuità di “Mio Mao Felix the Cat” autori Otto Messmer-Pat Sullivan e di Topolino del duo Iwerks-Disney nell’ignorare il rischio di finire cotti a puntino dai “selvaggi” che pur li guardavano con occhietti spiritati leccandosi i baffi. Come se fossero — che so? — davanti ad una saporosa “Quattro Stagioni” appena sfornata. In una tavola domenicale anni Trenta, lo stralunato Mio Mao viene accidentalmente sparato dentro grossa bombarda sulla spiaggia dove una tribù di cannibali scambia il proiettile rovesciato per pentolone.

Lesti ad utilizzare l’insperato utensile tanto che l’organizzato cuciniere ha già acceso il fuoco mescolando la brodaglia all’interno, berretto d’ordinanza in capo, grembiule, forchettone. Ed altrettanto voraci da pensare di mangiarsi il micio, vista l’incertezza del menu giornaliero. Felix capisce l’antifona della calorosa accoglienza, scappa e non trova di meglio che rifugiarsi dentro il voluminoso proiettile. Sotto cui, per fortuna, il fuoco è spento. Capovolta ed utilizzata come corazza, la marmitta mancata gli serve da riparo per scappare, scusandosi con gli indispettiti neri di non potersi trattenere a pranzo. Stesso candore di fondo dimostra Topolino quando, sorpreso da una sorridente pattuglia di smilzi autoctoni con tibie fra i capelli e anelli infilati sulle gambe, nell’Isola Misteriosa (o “Topolino emulo di Lindbergh”, strisce giornaliere 1930), è trasportato in portantina, messo sul trono, rinfrescato e nutrito di frutta. Non gli nascondono nulla, gli autoctoni. A fianco della specie di sedia gestatoria, due curiosi individui — uno magro, scalzo ma col gonnellino adorno di svastica e l’altro pasciuto, i piedi infilati negli scarponi — armeggiano nel liquido fumante del pentolone. Smorzato l’ebete sorriso, il sospetto si trasforma in certezza quando il capo col cilindro in testa s’appresta a tastarne la carne dell’avambraccio e il cuoco affila un coltellaccio che servirà per farne spezzatino. Dopo svariate fughe tampinato dagli ostinati nativi, Mickey Mouse ne incontra due che stanno tranquillamente mangiando. Cosa? Un pollo arrostito sullo spiedo sul quale si precipita dopo averli spaventati con l’inganno di travestirsi da leone. L’unica volta che vediamo la creatura disneyana cuocere in pentola è nell’avventura “Topolino e i pirati” (1932). Partito alla ricerca del disperso capitano Radimare e per recuperare il tesoro sepolto da un pirata, incontrerà a bordo della nave il simpatico ma scorbutico gorilla Spettro. Ammutinatosi l’equipaggio e giunto su di un’isola viene preso dai cannibali ed esibito tipo selvaggina al sovrano. Al pingue re, che siede attorniato da crani umani, viene l’acquolina in bocca osservando il nostro eroe ciondolare dall’estremità d’una lancia e lo consegna al cuoco con la raccomandazione di bollirlo adagio senza dimenticare sale e odori. Un genuino gourmet sua maestà! Appena l’incaricato appicca il fuoco usando la fiamma ossidrica sotto la pentola dotata di largo manico, consiglia al sudaticcio Topolino di restare calmo per non diventare stopposo. Un allampanato tizio dalla lunghissima barba bianca vestito con pelle di leopardo interviene, lo toglie dalla scomoda posizione, sistemandolo su un piatto da portata. I neri obbediscono prontamente allo sciroccato tizio che prima, affilato il coltello ed impugnata la forchetta, pare voglia papparselo stile “carpaccio” e poi lo libera. Piange lo smemorato, chiamato Shakespeare, ignorando addirittura il suo nome, mentre Mickey riesce a convincere la tribù ad assaltare i pirati comandati dai ribaldi Lupo e Gambadilegno. Costoro hanno messo gli occhi su Minnie, catturata ed utilizzata stile domestica, giocando ai dadi il privilegio di sposarla.

Convinti d’andare all’attacco per il pranzo, i cannibali eseguono spaventato dietrofront appena una raffica di fucileria li accoglie. A salvare Shakespeare, Topolino e Minnie dalla morte per cannoneggiamento ci pensa il riapparso gorilla Spettro. Lui riconosce subito il barbuto, lo abbraccia, gli bacia il piede, piange quando lo vede quasi stecchito a terra da un colpo di clava e, infuriato ma fatto prigioniero, chiama altri gorilla a liberarlo. Recuperata la ragione, Shakespeare rivela essere il capitano Radimare e Spettro la sua devota mascotte Bombo. Lasciati sull’isola, Lupo e Gambadilegno finirebbero nello stomaco dei testardi cannibali se lo stregone, raccolto col cucchiaio un liquido scuro messo a bollire dentro il pentolino, dichiara che i due uomini bianchi sono talmente cattivi da risultare velenosi e quindi sconsiglia il pasto. Decisamente “sfortunati”, i digiunanti mandano come punizione la coppia nella giungla piena di bestie feroci. Sarà, comunque, Flloyd Gottfredson a realizzare il più sornione e beffardo capo tribù, Sua Maestà Re Buruburù o Re Jujube secondo le traduzioni. Incredibile colbacco con corona e corna sul capo, collana di denti, gli onnipresenti guanti di tutti i characters disneyani, ha ordinato di portargli davanti i catturati Topolino, Minnie, Pippo, Gambadilegno, Eli Squick. Da inaspettato gentleman ha già comunicato loro che li aspetta per la cena. Non che li inviti, badate bene. Ognuno ottempera al previsto cliché nell’avventura “Topolino e il gorilla Spettro” (1937). Il generoso Topo intende recuperare il tesoro sepolto da un esploratore che ha perduto la ragione nelle foreste del Kenia (e poco importa se sono ricchezze sottratte ai nativi); il gelido Squick esagera in machiavellica avidità; l’esagitato Gambadilegno rivela il lato affaristico andante sul lubrico intendendo, appena messo mano al tesoro, sposare Minnie non prima d’aver eliminato il suo legittimo fidanzato; Pippo, perfetto controcanto alla situazione, eccelle nei lineari sproloqui.

L’abbigliamento “coloniale” della squadra è composto da copricapo in sughero, giubbini senza maniche, calzoncini corti, grossi fucili. I neri hanno forse più eccentrica fantasia nel vestire: collane, anelli al naso, braccialetti, scudi variopinti, zagaglie, un ammaccato cilindro e l’abituale gonnellino vegetale. Disinteressati a tesori ed altri beni materiali pensano solo a come cucinare chi s’inoltra dalle loro parti. Mostrano, però, ficcante ironia. Pure un modo di comportarsi cortese e mellifluo che lascia basiti i protagonisti quando vengono trattati come cibo tramite evidenti allusioni. Sua maestà divide subito l’insperata “provvista” tra magri e grassi per assicurarsi una dieta bilanciata, non sia mai aumenti di stazza. L’unico che li sconcerta è Pippo, programmato per un eventuale brodo dalle sue ossa, deciso orgogliosamente a contribuire invece con “ottime bistecche”. Appesi ai ganci nella dispensa, Minnie e Topolino ricevono la visita del cuoco. Un raffinato che indossa il caratteristico alto copricapo bianco, il grembiule immacolato. Di evidente scuola culinaria francese, spalma il nostro eroe di senape e salsa, scopo prepararlo per il pranzo. Sfilati dal fianco penna e bloc notes chiede l’esatta grafia dei nomi. Per i segnaposti, crede l’ingenua Minnie. Paziente, lo chef perfezionista spiega che intende riportarli sul menù. Il primo, orgoglioso d’esser stato scelto, è Pippo che s’infila giocondo dentro il pentolone. Non gli mettono la testa sott’acqua perché il cuoco sa che al re non gustano i capelli d’angelo dentro la minestrina pur restando indifferente a scarpe e mutandoni. Tutto fa brodo, si sa. Per fortuna arriva il battagliero gorilla Spettro in compagnia di numerosi scimmioni per capovolgere la situazione. Mentre l’ineffabile Pippo dentro il pentolone sta andando lesso, il re scappa col gonnellino in fiamme, i cannibali vengono fatti, è il caso di dirlo, a polpette. Salvato Pippo dall’ebollizione, sarà sempre Spettro a trovare gli elefanti che permetteranno di portare alla “civiltà” il forziere pieno di gioielli. A finire in pentola sono, invece, i rassegnati Gambadilegno e Squick, i caschi sul capo, Eli con gli occhialini a pince-nez che mai non toglie.

Lo chef s’avvicina per accendere il fuoco, quando le sgraziate figlie del re ne chiedono la liberazione per sposarli. Il padre le accontenta subito. Ma i due, più spaventati dal matrimonio che dall’essere mangiati, escono dal pentolone e, recuperata l’energia, scappano a gambe levate lasciando le mortificate “vedove” con un palmo di naso. Saranno brutte loro ma altrettanto fisicamente, occorre dirlo, privi di fascino i due lestofanti. In “Topolino e Robinson Crusoe” (1938-39) avviene l’incontro con un re attento alle vitamine e ai carboidrati. Sorriso ipocrita, copricapo di pelo adorno di corna e denti, viso da saggio nonnino contornato da barbetta bianca, sul naso un paio di lenti piazzate a lato degli occhi, interroga Topolino caduto in un’imboscata assieme al tremebondo Crusoe. L’alquanto allocchito naufrago si sente proporre un allarmante contropartita. Portarsi vie le sformate quattro mogli dell’arzillo antropofago o finire lessato. La ragione di questo scambio “in natura” ci è ignota. Crusoe rifiuta adducendo il fatto che la sua consorte non glielo permetterebbe. Mandato in dispensa, fuggito e ritornato, sotto la luna piena, mentre i tamburi rullano viene calato, ovviamente vestito, dentro il pentolone per tramutarsi in brodo. Di carne, ignorando l’uso del dado vegetariano. Il misero si lagna e, per sua fortuna, arrivano a salvarlo mascherati da spettri Topolino, Venerdì e il pappagallo addestrato. Rovesciata la marmitta a terra perché le fiamme ormai alte lo brucerebbero, il terzetto se la fila approdando su una goletta stazionante nelle vicinanze. A bordo incontrano una coppia di flemmatici scienziati inglesi che, tramite cannocchiale, hanno osservato con scrupolo i pericoli corsi dai due, evitando d’intervenire. Come mai? Per non pregiudicare le osservazioni  scientifiche della spedizione di cui, in pratica, Topolino e Robinson appaiono le cavie. Da laboratorio all’aria aperta. E pericolosa.

L’unico volpone è, in fondo, il “selvaggio” Venerdì, appisolato sopra un mucchio di corde. Chiesta cos’è la civiltà e se laggiù ci sia molto cibo si sente rispondere, dal pratico nordamericano Mickey, di sì, basta abbia voglia di lavorare. Venerdì si volta e tornando a dormire conferma, a parole, la voglia di faticare. Basta che, nel frattempo, lo sbarchino da qualche altra parte. Nella demenziale foresta jacovittesca col cartello “Vietato sputare” affisso su di un albero, la tribù dei Panzoni festeggia la cattura del digrignante cacciatore Barbigno il maligno dotato di fluente barba nera, mitragliatrice dal grilletto facile e dei suoi portatori. Seduto sul trono adorno di teschi, cappello a cilindro, sveglia al collo, la mano (guantata come quella degli altri) che mulina una tibia, mutande à pois, re Bugungu VII ordina al cuoco Bongo-Bango di metterli in pentola mentre i sudditi ballano in coppia, qualche guerriero urla, lo stregone usa le tibie come maracas e il suonatore di tamburo ha davanti a sé un piccoletto che gli regge lo spartito. Inutilmente il cacciatore protesta dicendo «Voi non sapete chi sono!». Deve ringraziare l’alquanto maldestro intervento de l’on. Tarzan (Benito Jacovitti, “Il Vittorioso” 1948), bombetta, sigaro, pistola, perizoma con coda vivente, scarpe da podista se riesce a sfangarla. La scimmia Cita dirige il potentissimo getto d’acqua scaturito dalla proboscide dell’elefante sulla pentolona, il fuoco si spegne e Tarzan, saltando sulla testa dei cannibali, crede di salvare gli esploratori buoni, ignorando che nel posto critico bolle il perfido nemico Barbigno. Catturato Tarzan, che sputa un pezzo di sigaro sull’occhio di sua maestà (calzante scarpette femminili), viene riacceso il fuoco sotto il pentolone del cacciatore e scorta infilando sopra il loro capo un ombrello mentre altro parapioggia porta il cuoco a protezione di spegnimenti improvvisi. Devono pur pranzare, i tapini! Sospeso ad un palo il catturato Tarzan, Cita corre dagli amici elefanti che, arrivati al villaggio dei Panzoni fanno un macello. Jumbo, il pachiderma, solleva dal fuoco la marmitta coperta da ombrello, Barbigno e i negretti di scorta fuggono alla chetichella. In questa “sublime” parodia del personaggio creato da Edgard Rice Bourroughs dove Tarzan, presidente della Repubblica Forestale, è afflitto da moglie virago dotata di mattarello e il rampollo Piccolo ha il pannolino con coda, il bieco cacciatore lo sottopone a ricatto. Mille pelli di bestie feroci in cambio della vita del pargoletto rapito. Ma uno scimmione ruba il fagotto con dentro Piccolo e, nel frattempo, Tarzan convoca sotto la finestra di casa, petto in fuori e gestire mussoliniano, le belve che, per aver salva la pelle (nel senso letterale del termine), s’impegnano nella ricerca del bambino scomparso.

Se gli immutabili stereotipi africani dell’epoca sono da “Jac” sbertucciati, sorprendente è notare che mentre i nativi parlano un incomprensibile linguaggio, le belve s’esprimono in perfetto italiano. Dimostrando, oltretutto, una dote di saggezza sconosciuta ai cacciatori, intenzionati a saccheggiare senza scrupoli la natura. Nella valle dei mostri, mentre Tarzan riempie il cappello di lacrime credendo Piccolo finito nelle fauci d’un animale antidiluviano, il piccino riappare preoccupato di tanto pianto e crede che il genitore abbia la bua. Affiora una sottile satira politica nella storia. Stufo di fare il presidente repubblicano, «e cioè di fare i comodi dei miei concittadini», Tarzan schiaccia la bombetta e mette in testa la corona tornando «ad essere il re della foresta, così faccio quel che mi piace». Altra adunata, battuta di pugni sul poderoso petto, tra gli sbuffi degli animali che però accettano senza problemi il cambio di regime in quello che si chiamerà “regno di Forestalia”. Un generoso, in fondo, il monarca che, salutati i cacciatori, annuncia l’amnistia riguardante l’adesso piagnucoloso Barbigno. Sotto la parola Fine il surreale proverbio n. 24 corrispondente alle puntate del cineromanzo pubblicato in rosa e di piccolo formato nelle pagine interne del settimanale recita: «Il fucile non fa il cacciatore come il baritono non fa il tenore». Come dare torto a tanta alienante genialità?

“Pippo in Africa”, “scorrettissimo”, sottotitolo Cineromanzo che avere faddo Jacoviddi cambiato alla settima puntata in Cannibalata di Jacovitti, Lisca di Pesce del 1952-53, sempre sull’ebdomadario cattolico, mette in campo un forbito cannibale, re Babebì della stirpe Tattà. Qui l’autore ironizza bonariamente sugli esponenti politici degli Stati africani di recente indipendenza. Ha studiato “tutte le scienze” all’estero, eppure Babebì viaggia indossando boxer a pallini e vivaci pedalini a righe. Alleatosi al superpoliziotto Cip, parla in perfetto italiano ma digrigna i denti e sfodera coltello e forchetta, facendo senza complessi outing di antropofagia, appena un arrogante colonnello gli rifiuta l’aeroplano. Il mezzo serve per raggiungere il “dodecamotore” di linea su cui si è imbarcato con scudo e zagaglia l’arcicriminale Zagar, dopo avergli rubato l’identità ingolosito dal tesoro della tribù. Paracadutato sul territorio africano, Zagar si trova alle costole Pippo (arrivato nel continente nero colpa la ressa all’imbarco mentre gli amici Pertica e Palla sono chiusi nel bagagliaio dell’aereo) che viene catturato e proposto, ma la marmitta è ancora inutilizzata, “molto o poco cotto”. Zagar se la cava dicendo che ha poca fame, libera l’impiccione mentre la nerboruta Signora Carlomagno in divisa da hostess e guantoni da boxe accompagnata dai tremebondi Pertica e Palla incontra un gruppo di neri vestiti all’occidentale. La tribù dei Magnoni è stata sì “civilizzata” ma conserva le antiche abitudini culinarie. Sono stati loro a sgraffignare il tesoro per il quale Zagar compie la missione in Africa e, saputolo, guida i “suoi” guerrieri all’attacco. La tribù avrà a che dolorosamente combattere contro la manesca Carlomagno che non sopporta l’epiteto di “vecchietta” datale da Zagar. Stile stagionata Superwoman, affronta i Tattà riducendoli a mal partito mentre Zagar, tolta la maschera e i rossi labbroni da capo tribù, s’impossessa del malloppo. Viene catturato, così il vero Babebì ed il sindaco dei Magnoni impeccabile in giacca bianca, gilet azzurro, cravattino a farfalla e pantaloni neri, si stringono la mano facendo la pace. Cip, come fosse una forma di formaggio, taglia il tesoro in due parti uguali.

Capita a Cip l’ultima rogna: i due africani intendono papparsi l’usurpatore Zagar per punirlo. Oltretutto, fanno sapere «Abbiamo una fame tremenda e dobbiamo pur mangiare!». Ma ecco intromettersi Pippo sperando di dissuaderli evocando le lasagne alla bolognese. Meglio andrà l’offerta di pappare le carni della coriacea signora Carlomagno gabellata come “stufa di campare”. E, al motto che gallina vecchia fa buon brodo, mozzicano l’avambraccio e la mano della coriacea zitella che li invita parafrasando uno slogan pubblicitario (aperitivo Biancosarti?) di moda in quei tempi «Assaggiatemi e diverremo amici». L’assaggio dimostrativo appare disgustoso e, in preda alla nausea, promettono di rinunciare per sempre alla carne umana. Diventerete, assicura Pippo, «formidabili mangiatori di risotto alla milanese e fettuccine alla jacova!». Fuggito Zagar, Cip accontentatosi della gloria avendo sconfitto l’eterno nemico, i 3 P tornano a casa in piroscafo. L’aria di mare mette a Pertica un gagliardo appetito tanto che addenta il braccio del lardoso amico Palla mentre Pippo se la ride. Un cenno di antesignano splatter? Certo che no. Ma buon appetito mica gli si poteva augurare!

Claudio Dell’Orso

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