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Eurocarni nr. 10, 2010

Rubrica: Razze
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 157)

La pecora nera di Arbus da oggi animale da salvaguardare

La comunità agricola del Medio Campidano cerca di invertire il processo di estinzione della pecora pera, in atto ormai da anni. Questo animale, da sempre scartato e poco valorizzato, è oggi oggetto di un programma di ripopolamento

Attenzione: essere una pecora nera non è più un difetto. Al contrario, potrebbe, a breve, diventare un pregio. Sì, perché questi animali considerati dai più una disgrazia, sia in senso metaforico che reale, oggi sono oggetto di un piano di salvaguardia. Succede ad Arbus, comune della costa sud-occidentale della Sardegna. Luogo selvaggio ed affascinante, molto poco battuto, particolarmente noto per la natura incontaminata che lo caratterizza, ma soprattutto per le miniere oggi dismesse e i magnifici esempi di archeologia industriale incastonati in uno scenario mozzafiato. “L’uomo non ha il diritto di estinguere altre specie viventi, ha invece il dovere di preservare l’ambiente e le sue risorse per le generazioni future”: questa la ratio dei Piani di sviluppo e valorizzazione promossi dalla Provincia del Medio Campidano (di cui Arbus fa parte, appunto), che si pongono come obiettivo prioritario la difesa delle numerose biodiversità animali e vegetali del territorio. Una politica agricola che parte dal recupero della diversità territoriale, nella convinzione che, curando specie faunistiche e florovivaistiche in via di estinzione, si trovi la strada per una reale rivitalizzazione economica di queste zone. Ecco quindi l’attuazione di azioni concrete per la creazione di un modello agricolo basato sulla localizzazione della produzione e del consumo, sulla valorizzazione della biodiversità e sulla salubrità alimentare. Un programma vario, dove la pecora nera ha una posizione di rilievo. Questa specie, una razza sarda autoctona, allevata originariamente soprattutto nel Sulcis, è caratterizzata dal vello nerissimo e dalle corna (spesso presenti anche nelle femmine) ed ha recentemente avuto il riconoscimento dal Ministero. Di taglia medio-piccola, assomiglia per molti aspetti alla razza Sarda. Il mantello, di colore nero, può assumere sfumature grigio piombo. La lana è di tipo grossolano aperto, con boccoli appuntiti. In passato veniva utilizzata per la produzione dell’orbace, particolarmente in uso presso i pastori come coprispalla. Il suo impiego era generalmente diffuso anche nell’artigianato, anche perché, in quanto nera, non necessita di coloranti.

Si tratta di una lana che, con i dovuti trattamenti, arredava la casa, impreziosiva i gioielli, abbelliva il legno e il ferro e veniva impiegata altresì per coprire le saponette, evitando schiuma e riducendo il consumo dell’acqua. Tuttora se ne denotano le capacità di isolamento termico, acustico e di purificazione dell’aria. Da non dimenticare l’impiego delle corna che in Sardegna, in alcune zone, diventano tuttora manici di coltelli pregiati. Eppure questa razza, che tanto avrebbe potuto dare, ha subito le conseguenze di una ferrea selezione che a suo tempo, ha privilegiato quella bianca per motivazioni legate alla resa del latte. Nell’ultimo secolo, infatti, vi è stata una sorta di discriminazione per la produzione in sistemi di allevamento intensivi, con una conseguente riduzione della consistenza dei tipi genetici autoctoni ed un elevato rischio di estinzione. A questo la provincia del Medio Campidano vorrebbe porre rimedio facendo ripartire l’allevamento. L’obiettivo non è solo quello dell’impiego delle carni e del latte: soprattutto interessa, infatti, la valorizzazione delle lane locali, per la realizzazione di prodotti artigianali tessili tradizionali e di materiali di impiego nel settore della bioedilizia, così come concordato in sede di definizione del progetto “MED-Laine: à la recherche des couleurs et des tissus de la Méditerrané”, finanziato dal fondo europeo FESR a valere sul Programma Operativo di Cooperazione Transfrontaliera Italia – Francia Marittimo. Il piano in questione prevede la realizzazione di studi sulle caratteristiche e le proprietà dei derivati di tale razza ovina, l’implementazione di azioni di promozione congiunta sui territori dell’area di cooperazione, la riscoperta e la diffusione di antiche tecniche tradizionali afferenti alla realizzazione di prodotti tessili ed artigianali, nonché l’applicazione al settore della bioedilizia, appunto.


L’ovino di Arbus, messo da parte per parecchio tempo, è oggi di nuovo al centro dell’interesse. Ormai in via d’estinzione, in appena tre anni ha più che raddoppiato le presenze: da 200 che erano nel 2006 sono passati a 500 esemplari.

Fare una fotografia dello stato attuale non è tuttavia semplice. Al momento, infatti, ancora non esistono dati attendibili sulle produzioni di questa razza, sia per quanto riguarda la carne che il latte. Secondo alcuni operatori i capi, stimati in poche centinaia di unità sono raddoppiati in meno di tre anni e oggi in Sardegna si contano circa 500 esemplari (non compresi in greggi di pecore bianche). Una cifra modestissima, potremmo dire risibile, rispetto alla pecora di razza Sarda, ma l’interesse che si sta diffondendo nei confronti di questo animale dalle mille virtù lascia ben sperare. La maggior parte degli esemplari si trova ad Arbus, nell’azienda agricola Funtanazza dei fratelli Mauro e Sandro Lampis, che stanno operando per la realizzazione di un gregge di sole pecore nere e che attualmente è composto da 230 capi. Altre decine di capi si trovano in mano di altrettanti allevatori di Arbus e di Sassari, ma anche a Macomer, per conto di Laore, ente di assistenza tecnica della Regione Sardegna. I fratelli Lampis, proprietari di una bellissima azienda agricola di oltre 160 ettari a due chilometri dal mare, sita in località Funtanazza (www.funtanazza.it), di questi magnifici esemplari descrivono vizi ma soprattutto virtù. «Vorremmo eliminare completamente le pecore bianche per allevare solo quelle nere che tra l’altro, riteniamo più adatte al nostro territorio» sostiene Sandro Lampis, uno dei due fratelli titolari della fattoria didattica che produce anche ottimi formaggi biologici, compresi quelli di pecora nnera. «La pecora nera è una via di mezzo tra la capra e la pecora bianca, e per questo molto adatta alle nostre colline.

È un’animale particolarmente autonomo, che si muove con grande libertà, in particolare nei terreni scoscesi e rocciosi. Mangia soprattutto essenze della macchia mediterranea e questo rende il suo latte estremamente saporito e genera formaggi dal gusto unico» precisa Sandro. In termini di stazza, questa razza si mostra più piccola di quella bianca. Una media di 40/45 kg per esemplare contro i 70 della più nota pecora isolana. «Tuttavia, è più resistente alle malattie e quindi, sotto un certo aspetto, ha meno necessità di cura». Lampis ci ha raccontato anche qualche curioso aneddoto a proposito di un essere da tutti malamente additato. «Che dire di questo stupendo animale? Che al contrario di quello che si può pensare non è per niente pigro, si muove molto, ha uno spirito fortemente indipendente e allo stesso tempo molto buono. Mostra un attaccamento ai suoi piccoli che non tutti gli animali provano. Appena nascono gli agnelli, e per tutto il periodo dello svezzamento, sino al macello, queste pecore non permettono ad alcuno di avvicinarsi, nemmeno ai cani pastori».

Insomma, la nomea di pecora nera, da sempre utilizzata per additare chi si comporta male o in maniera anomala, non ha in realtà alcun fondamento.

Sebastiano Corona

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