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Eurocarni nr. 10, 2010

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 28)

Stato della ripresa negli Stati Uniti, in Europa e in Italia

Il mese di agosto, notoriamente pigro di notizie importanti — tenuto conto delle vacanze estive che distendono le tensioni accumulate per i tanti eventi che siamo stati costretti a subire in precedenza — ci ha fornito elementi provenienti dal mondo dell’economia contrastanti e spesso confusi. La ripresa economica americana, senza sussidi e sostegni, mostra ora segni di cedimento e la disoccupazione continua a pesare in modo preoccupante. In altre parole, l’economia americana sta rallentando e continuerà con un ritmo relativamente lento anche nei prossimi mesi. Solo nel 2011 viene infatti prevista una leggera accelerazione: il rilancio della sua economia è dunque ben lungi dall’essere raggiunto. Il Dipartimento del Commercio americano ha diffuso numeri, in base ai quali si rileva che nel secondo trimestre di quest’anno l’economia statunitense è cresciuta solo dell’1,6% rispetto ad una prima stima del 2,4%, mentre nel primo trimestre il PIL era cresciuto del 3,7%. Maggiori preoccupazioni sorgono anche perché, con tale lentezza, la disoccupazione, che ha raggiunto il 10%, non può essere assorbita in tempi accettabili e, anzi, può ancora aumentare. Ed è consequenziale che, quando manca il lavoro, i consumi rimangono frenati ed il settore immobiliare, strategico alla ripresa economica, si arresta, costringendo l’industria ad aumentare la cassa integrazione. Nel ricercare le cause del rallentamento della ripresa dell’economia americana ci fornisce delle spiegazioni ancora il citato Dipartimento per il Commercio, secondo il quale, tra aprile e giugno scorso, sono diminuite, in modo cospicuo, le esportazioni e le scorte delle imprese. Il deficit commerciale ha sottratto al PIL 3,37 punti percentuali e così la crescita è stata orientata ad altri componenti del prodotto interno che hanno dato un positivo riscontro, anche se limitato (pur sempre meglio di niente!). Sono però tornati a crescere la spesa pubblica e gli investimenti delle imprese e delle famiglie. Intanto la vecchia Eurolandia, pur con diverse dinamiche interne, mostra un passo forse meno entusiasmante di quello che si presagiva all’inizio della ripresa di USA e Gran Bretagna, ma sicuramente più solido e certamente in crescendo.

Intanto, nel secondo trimestre di quest’anno, il PIL tedesco è aumentato del 3,7% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, mentre il PIL italiano è aumentato solo dell’ 1,1% (perché i consumi delle famiglie restano prudenti ed il Governo ha giustamente scelto la strada dell’austerità sui conti pubblici), ma la produzione industriale è in forte ripresa, tanto che spingono molto le esportazioni e cioè una componente reale, fondata sulla competitività delle imprese. Se si esaminano più in dettaglio le cose, si rileva che, a giugno scorso, l’export italiano è cresciuto di circa il 23% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con punte del 29% verso la Germania, del 31,7% verso la Cina, del 31,8% verso gli Stati Uniti, più del 40% verso la Russia e l’India, del 63% verso i Paesi del Mercosur e del 66% verso la Turchia. Le esportazioni verso i Paesi extra Unione Europea intanto sono quasi tornate ai livelli pre-crisi del luglio 2008. Ovviamente non bisogna cullarsi in troppi entusiasmi, poiché la ripresa di Eurolandia, come ha fatto intendere di recente il presidente della Banca Centrale Europea, rischia di rallentare nell’ultima parte dell’anno. Ma è un fatto che l’euro, dato per finito fino a poco tempo fa, è tornato ad un livello intorno a 1,30 sul dollaro e le produzioni industriali tedesca e italiana attuano importanti recuperi, come dimostrano l’11,5% e l’8,2% a giugno scorso rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Più lenta si rivela la produzione industriale degli altri tre grandi Paesi (Francia, Regno Unito e Spagna). Si può constatare così la rivincita di due motori, come Germania e Italia, le cui economie, indipendentemente dai problemi politici, sembrano possedere, oltre che i debiti aggregati più bassi rispetto al PIL, anche meccanismi meno logorati rispetto alle economie anglosassone e dei Paesi periferici dell’UE.

A giudizio di importanti voci di economisti internazionali — e noi ci sentiamo di essere d’accordo — si deve ritenere finita l’era della crescita a debito che aveva alterato i motori di tanti Paesi (dagli Stati Uniti all’Irlanda, dalla Spagna alla Grecia, dal Regno Unito all’Islanda) trasformandoli in tanti luminari. Non c’è più spazio per dinamiche economiche artefatte o drogate. Il nostro Paese è messo meglio degli altri, come ha anche sottolineato a fine agosto il presidente Barroso, e può contare su alcuni punti di forza, quali un sistema bancario solido, la mancanza di un debito privato e un livello di concorrenza forte nei diversi settori ed una disoccupazione stabile. Speriamo che la mala politica di molti esponenti non si ispiri ad assurde contrapposizioni ma a sensi di responsabilità, tali da contribuire al migliore sviluppo del nostro Paese.

Cosimo Sorrentino

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