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Eurocarni nr. 1, 2010

Rubrica: Storia e cultura
(Articolo di pagina 54)

Quando le stalle riparavano dal freddo

Le stalle del passato avevano una doppia funzione, quella centrale di ricovero degli animali destinati a produrre latte e carne e quella sociale di fornitura di un “habitat” gradevole per il caldo che assicurava e di incontro e di intrattenimento

Le stalle moderne non hanno pareti, sono box allargati aperti all’aria, dove i capi di bestiame allevati si muovono liberamente, per alimentarsi e deambulare. L’allevatore le ha dotate di aeratori e spruzzatori perché d’estate la temperatura si mantenga accettabile, al fine di evitare stress che si ripercuoterebbero sulle rese in latte e carne. Quelle di un tempo, 50-100 anni fa, erano in muratura e i bovini trattenuti alle greppie con robuste catene, che venivano sciolte due volte al giorno per permettere loro di abbeverarsi all’esterno. Il fiato degli animali e gli escrementi, sempre presenti, favorivano il formarsi di un certo tepore, che nelle stagioni invernali, quando gelo e neve mettevano a dura prova piccoli e anziani, rappresentava un’alternativa apprezzata al freddo delle case, spesso dotate solo di camini e poche stufe.

Le stalle, negli intervalli del governo del bestiame, di giorno e di sera, si popolavano per godere il gradevole tepore di cui erano provviste. La stalla diventava spazio di giochi per i bambini, spazio di lavoro per gli adulti. Le donne rammendavano, lavoravano la lana, filavano la canapa, facevano la treccia di paglia destinata a fabbricare i cappelli per il caldo dell’estate. Gli uomini vi trasferivano arnesi e attrezzi per ripararli e per rimetterli a punto per la stagione primaverile, ovvero il momento della ripresa del lavoro nei campi. Ma non solo, gli angoli più riposti servivano alle mamme per allestire un bagno improvvisato, con tinozze ripiene di acqua calda per immergere i bambini e fare loro un bagno salutare. Le serate più popolate per l’afflusso degli uomini erano riservate al gioco delle carte. La domenica alla tombola, alla quale partecipavano tutti. Non mancavano le serate dedicate ai racconti, alle favole. C’erano favolisti che andavano da una stalla all’altra, sempre accolti con entusiasmo, capaci di intrattenere, di raccogliere attenzione, di offrire conoscenze nuove. Quelle erano le serate durante le quali la “rasdora” si dava da fare per offrire, al favolista e agli ascoltatori, un assaggio di improvvisate schiacciatine o di zucca cotta, mentre il marito dalla cantina portava vino nuovo e bicchieri per una bevuta estemporanea.

Le stalle del passato avevano quindi una doppia funzione: quella centrale di ricovero degli animali destinati a produrre latte e carne e quella sociale legata alla fornitura di un “habitat” gradevole per il caldo che assicurava alle persone oltre che di incontro e di intrattenimento. Occorre osservare che erano tempi con pochi giornali in circolazione, niente radio o televisione e l’incontro nei corridoi delle stalle, soprattutto la sera, assurgeva ad una funzione di comunicazione orale, di fatti accaduti, attesa e apprezzata in una società spesso costretta, dalla carenza di mezzi di trasporto, a vivere nello spazio delle cascine. Comunicazione uguale a conoscenza, di fatto cultura. Senza esagerare, quella della stalla-convegno era un’occasione di apprendimento e quindi un’occasione preziosa per tanti che di scuola ne avevano potuto frequentare poca.

Fortunato Tirelli

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