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Eurocarni nr. 1, 2010

Rubrica: Qui Bruxelles
Articolo di Ventura S.
(Articolo di pagina 38)

Il malessere dell’Europa

In seguito all’allargamento ad Est il numero degli Stati dell’Unione è aumentato di oltre un terzo, la sua popolazione di oltre il 25%, mentre la sua ricchezza è rimasta più o meno stabile. Questi parametri rivelano uno squilibrio a cui porre rimedio

Il tormentato “iter” dell’adozione e, successivamente, della ratifica del Trattato di Lisbona ha messo in evidenza il diffuso malessere che pesa attualmente sull’Unione Europea. Le radici di questo malessere sono, purtroppo, profonde e si collegano essenzialmente agli errori commessi nei successivi “allargamenti”, troppo spesso conclusi in modo affrettato, senza aver provveduto a rafforzare le istituzioni esistenti prima di aprirne l’accesso ai nuovi Stati Membri. In particolare, con l’ingresso dei paesi dell’Europa centrorientale, come la Polonia e la Repubblica ceca, si è ancora accentuata la tendenza dell’UE a seguire pedissequamente, in politica estera, gli orientamenti degli Stati Uniti d’America. Come ha ben scritto Sergio Romano rispondendo ad un lettore del Corriere della Sera (sabato 31 ottobre 2009, pagina 35), l’irrilevanza dell’Europa, quando nel 2003 gli USA entrarono in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, “fu il risultato delle nostre divisioni” ed oggi, anche “se è giusto dare una mano” ad Obama nel tentativo di correggere gli errori del suo predecessore, “gli europei lo stanno facendo con lo stile dei gregari, degli attendenti, degli scudieri”. Dominati dal “timore di spaccarsi ancora una volta, come nel 2003”, non osano avanzare “loro proposte, assumere posizioni originali, prendere iniziative”, preferendo “attestarsi sul minimo comune denominatore della posizione americana”. A questo “minimalismo” europeo in politica estera corrisponde, ahimè, anche un minimalismo in politica interna. Basti pensare alla posizione assunta dal Consiglio europeo di fronte al rifiuto del presidente ceco Vàclav Klaus di firmare il Trattato di Lisbona. È bene evocare il contesto di questo rifiuto e del vero e proprio ricatto che ne era alla base.

Tra gli allegati al Trattato di Lisbona figura un protocollo relativo all’applicazione della “Carta dei diritti fondamentali” dell’UE alla Polonia e al Regno Unito. In virtù di tale protocollo questi due Stati Membri  hanno ottenuto un’interpretazione restrittiva della Carta. Da un lato è stato chiarito che la Carta non estende la facoltà della Corte di giustizia dell’UE, o di qualsiasi giurisdizione polacca o britannica, di ritenere le leggi, i regolamenti o le disposizioni e pratiche amministrative della Polonia o del Regno Unito “incompatibili con i diritti, le libertà ed i principi fondamentali” riaffermati dalla Carta stessa. In particolare, la Carta “non crea diritti” suscettibili di essere invocati innanzi alle giurisdizioni polacche o britanniche, se non “nella misura in cui” tali diritti sono previsti dalle rispettive legislazioni nazionali. Dall’altro lato si precisa che, quando la Carta si riferisce “alle pratiche e ai diritti nazionali”, essa non è applicabile alla Polonia e al Regno Unito “che nella misura in cui i diritti e i principi che essa contiene sono riconosciuti nel diritto o nelle pratiche” di questi due paesi. Al protocollo ora citato fanno seguito quattro dichiarazioni, di cui una della Repubblica ceca, che sottolinea la ripartizione delle competenze tra l’UE e gli Stati Membri  e segnatamente l’interpretazione secondo la quale la Carta, da un lato, “non estende il campo d’applicazione del diritto dell’Unione e non crea alcuna nuova competenza per l’Unione” e, dall’altro, “non restringe il campo d’applicazione del diritto nazionale e non limita alcuna competenza attuale delle autorità nazionali in questo settore”.

Sfruttando il fatto che, senza la sua firma, il Trattato di Lisbona non poteva entrare in vigore (malgrado la ratifica da parte di tutti gli altri Stati Membri), il presidente ceco ha ottenuto dal Consiglio europeo, il 30 ottobre scorso, che il citato protocollo fosse applicato anche al suo paese. Sono noti i motivi di questa pretesa: il timore, tra l’altro, che la Carta potesse legittimare cittadini tedeschi, espulsi dalla regione dei Sudeti dopo la seconda guerra mondiale, ad agire in giustizia per ottenere la restituzione di proprietà confiscate all’epoca dell’espulsione. Si tratta in realtà di un timore infondato. La Carta, infatti, non crea nuovi diritti, che potrebbero essere invocati contro gli Stati Membri. Essa si limita a riaffermare, nel rispetto delle competenze dell’Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti che risultano, in particolare, dalle tradizioni costituzionali e dalle obbligazioni internazionali comuni agli Stati Membri, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalle Carte sociali adottate dall’Unione e dal Consiglio d’Europa, come pure dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, le azioni intentate da tedeschi dei Sudeti innanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo sono state tutte respinte principalmente per il motivo che esse si riferivano a fatti avvenuti prima dell’entrata in vigore della citata Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (adottata a Roma il 4 novembre 1950 ed entrata in vigore sul piano internazionale il 3 settembre 1953). Evidentemente, lo stesso ragionamento è applicabile alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Sussistevano, quindi, validi argomenti giuridici per opporsi alla pretesa del presidente ceco ed il fatto di aver ceduto al suo “ricatto” rivela, ancora una volta, la debolezza delle istituzioni dell’UE. L’Unione attraversa un periodo difficile e questo periodo coincide con la presenza di taluni leader che non brillano per il loro impegno a far progredire la costruzione europea. In seguito all’allargamento all’Est, il numero degli Stati Membri dell’Unione è aumentato di oltre un terzo, la sua popolazione di oltre il 25%, mentre la sua ricchezza è rimasta più o meno stabile.  Questi tre parametri rivelano l’esistenza di uno squilibrio, al quale occorre porre rimedio al più presto. Soltanto una forte volontà politica potrà affrontare con successo questa sfida, che è tanto più grande quanto più profondo è il malessere degli europei di fronte a fenomeni come il terrorismo, le pandemie, l’immigrazione, la disoccupazione, le delocalizzazioni, la crisi economica e finanziaria, l’inquinamento e il riscaldamento del nostro pianeta.

In altre parole, per affrontare quella sfida occorre innanzitutto vincere la paura dell’avvenire.

Sergio Ventura

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