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Eurocarni nr. 1, 2010

Rubrica: Attualità
(Articolo di pagina 31)

L’etichettatura nutrizionale secondo l’Unione Europea

Il consumatore, quando legge le scritte riportate sulle etichette alimentari, incontra diversi ostacoli e fatica a comprendere il significato di tutte le parole. L’Unione Europea sta cercando di individuare la formula più idonea per una corretta comunic

È in fase di dibattito e in via di attuazione un nuovo regolamento dell’Unione Europea, che rappresenterà un sistema standardizzato obbligatorio, riguardo l’etichettatura nutrizionale. Una ricerca recentemente effettuata in Gran Bretagna dall’agenzia indipendente PMP per identificare il formato ideale per l’etichettatura nutrizionale dei prodotti alimentari indica che una combinazione dei “semafori” e dei GDA (Guideline Daily Amounts ovvero valori giornalieri di riferimento) sarebbe, secondo i consumatori, la formula più comprensibile. Attualmente, nell’Unione Europea, vengono utilizzate soluzioni leggermente differenti tra loro, creando spesso confusione. Mentre il sistema ufficiale attualmente proposto dall’UE è quello basato sui valori dei GDA, la CIIA-Confederation of the food and drink industries of the EU (Confederazione delle Industrie Agro Alimentari dell’Unione Europea) e l’agenzia predisposta in Gran Bretagna hanno incoraggiato l’uso, come etichetta, del sistema del semaforo a colori, che identifica il contenuto di livelli alti (verde), medi (giallo) e bassi (rosso) di selezionate sostanze nutrienti. La nuova ricerca, condotta in 18 mesi, indica che i consumatori trovano nella combinazione dei due sistemi quello più comprensibile. Quest’ultimo è adoperato già per i prodotti venduti in Gran Bretagna dai principali retail ASDA e Wal-Mart. Si sostiene, inoltre, che per la EFSA potrebbe fornire un punto fermo su cui basare le decisioni per la futura etichettatura nutrizionale. Malgrado ciò entrambe le soluzioni hanno i loro detrattori. Il sistema dei semafori viene criticato perché ritenuto troppo semplicistico e sviante per alcune categorie di prodotti, come ad esempio quelli casearei, perché evidenzierebbe la luce rossa per il grasso saturo nonostante quella verde per gli altri nutrienti favorevoli.

Il sistema basato sulla GDA, d’altra parte, viene criticato perché richiederebbe cognizioni matematiche e scientifiche per essere correttamente interpretato. Infatti, la nuova ricerca ha confermato che gli adulti sopra i 65 anni di età, le persone con un livello basso di formazione e appartenenti agli strati sociali meno privilegiati non sono in grado di comprenderne facilmente e appieno il significato. In alcuni Paesi, come la Danimarca, l’opzione GDA è fortemente osteggiata, perché ritenuta ingannevole per alcuni valori, come, ad esempio, quello di 90 g proposto per gli zuccheri totali, corrispondenti al 18% di una dieta di 2.000 Kcal riferita ad un adulto sano. Da più fonti si ritiene invece che, per combattere l’obesità, il valore massimo dovrebbe essere quello corrispondente al 10%, in particolare in considerazione di categorie di prodotti come i soft drink dove lo zucchero è praticamente l’unico nutriente, in assenza spesso di vitamine e fibra. Altri argomenti critici verso la scelta dello schema GDA sono l’esclusione del riferimento a nutrienti positivi come Ca, acido folico, acidi grassi e vitamine. L’assenza di queste informazioni potrebbe fare pensare che una bibita dolce sia più nutriente di un bicchiere di latte che di nutrienti ne ha molti, senza che ciò sia messo in evidenza.

Un’altra obiezione è quella relativa alle portion size: quelle citate, infatti, sono generalmente inferiori a quelle abitualmente consumate. La guida GDA, insomma, può essere ideale per un adulto di media età, ma non è adeguata certamente per tutte le età e stili di vita. I sostenitori dello schema GDA ritengono che esso non pretende di fornire un giudizio ma consiste in una semplice informazione che può permettere al consumatore di fare una scelta “nutrizionalmente consapevole”. Sempre di più e più spesso, gli alimenti trasformati sono l’arena per confronti basati sugli aspetti nutrizionali e la conseguente comunicazione al consumatore. Nel caso degli zuccheri, ad esempio, non è più sufficiente segnalare il contenuto bensì la specificità degli stessi, siano essi naturali che intensivi. Lo stesso per un altro alimento fondamentale, il latte, del quale i detrattori vogliono evidenziare il contenuto in grassi saturi e il colesterolo e i promotori le proteine e le vitamine. Non esiste più un alimento “semplice”, così come una volta era considerato, ad esempio, il pane: la sua nutrizionalità e, quindi, la sua promozione, anche attraverso l’etichettatura, aumenta quando si passa dal tipo classico (di una volta) bianco a quello integrale.

Sono proprio questi reali distinti contenuti che complicano il progetto di una dichiarazione nutrizionale che soddisfi tutti gli attori dello scenario alimentare: il produttore, il controllore, il nutrizionista, il consumatore e, naturalmente, i redattori di media specialistici. E sarà sempre più complicato con l’avvento della nutrigenomica: significherà che i confini fra alimenti e nutrienti saranno sempre più labili e che il settore richiederà, oltre che mirate regolamentazioni, nuove strategie di comunicazione verso il consumatore. I più recenti sviluppi della genetica potranno fortemente accelerare la comprensione dell’interazione fra gene e dieta. La nutrizione genica sarà la nuova scienza che, combinando valori genici e risposta metabolica relativa all’assunzione di un cibo, fornirà i contenuti ottimali per una dieta ideale e personalizzata. In particolare, questa nuova scienza che lega il benessere alla condizione molecolare di ciascuno di noi, potrà creare una crescente tensione fra la necessità di fornire informazioni complesse e la necessità che le stesse siano chiare e comprensibili.

Un esempio sarà costituito dalla modalità di comunicare appunto complesse informazioni nutrizionali sull’etichetta, quando il prodotto è destinato ad un target costituito da un circoscritto gruppo di consumatori.

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