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Eurocarni nr. 1, 2010

Rubrica: La pagina scientifica
(Articolo di pagina 129)

La brucellosi bovina bufalina

Diffusa a livello mondiale, la malattia è causata da sei specie di batteri Gram-negativi appartenenti al genere Brucella: B. abortus, B. melitensis, B. suis, B. canis, B. ovis, B. neotoma, le prime quattro in grado di provocare la malattia anche nell’uo

Patologia - La brucellosi è una zoonosi causata da batteri appartenenti al genere Brucella. La sua diffusione è a livello mondiale, ma in modo particolare nei Paesi del Mediterraneo, in India, nei Paesi mediorientali, nell’Asia centrale e in America Latina. La malattia colpisce diversi tipi di animali, fra cui vacche, capre, pecore, cervi, maiali, cavalli e cani. Responsabili dell’infezione sono sei specie di batteri Gram negativi appartenenti al genere Brucella: B. abortus, B. melitensis, B. suis, B. canis, B. ovis, B. neotomae. Le prime quattro specie sono in grado di provocare la malattia anche nell’uomo.

Eziologia - L’agente eziologico è un microrganismo Gram negativo di forma bacillare o coccobacillare, molto piccolo (0,6-2,0 x 0,3-0,5 µm), asporigeno, immobile, privo di capsula. Il batterio è aerobio, con limiti di sviluppo compresi tra 20° e 40°C e optimum a 37°C. Tuttavia bisogna ricordare che numerosi stipiti di B. abortus (generalmente in primo isolamento) e tutti gli stipiti di B. ovis (sempre) richiedono, per la crescita, una certa tensione di CO2 (5-10%).

Patogenesi - In condizioni naturali l’infezione avviene per via digerente (mucosa orale e tonsille, mucosa gastrointestinale). La penetrazione del batterio può avere luogo attraverso la mucosa oculocongiuntivale o vaginale o, più raramente, respiratoria, oppure attraverso soluzioni di continuo della cute. Dopo penetrazione nell’organismo B. abortus si localizza inizialmente nei linfonodi regionali e da qui generalizza nei tessuti dell’ospite. Attraverso il torrente circolatorio si localizza nella milza, nel fegato, nel midollo osseo e nei linfonodi. A questo punto l’andamento dell’infezione varia a seconda che l’animale sia pubere o impubere, gravido o non. Negli animali impuberi i batteri vengono inattivati dalla reazione immunitaria, tuttavia gli animali rimangono del tutto recettivi nei confronti di un’eventuale successiva reinfezione. Se la prima infezione colpisce femmine gravide di non oltre 4-5 mesi, le brucelle rimangono quiescenti; a partire dal quinto mese di gestazione, però, attraverso una batteriemia secondaria, raggiungono gli organi bersaglio (placenta e feto), dove si moltiplicano intensamente. Nel caso in cui l’infezione avvenga oltre il quinto mese, si ha batteriemia primaria con disseminazione delle brucelle nell’utero gravido e nelle altre sedi. Per quel che riguarda le femmine puberi non gravide e in lattazione i microrganismi con la batteriemia primaria arrivano anche nella mammella generando focolai di “micromastite”.

Caratteristiche di resistenza del batterio - Temperatura: il calore umido le inattiva in 3 ore a 55°C, in 1,5 ore a 60°C e in 15 minuti a 65°C. Non resistono alla pastorizzazione. Conservano piena vitalità per mesi e anni alle basse temperature. Ph: ph variabile da 6,6 a 7,4. Disinfettanti: vengono rapidamente inattivate dai più comuni disinfettanti.

Sopravvivenza materiale biologico - B. abortus nelle carni bovine conservate tra i 3 e 5°C si mantiene infettante per oltre due settimane e tale infettività raggiunge 18 mesi a temperatura di –27°C; B. suis nella milza, nei linfonodi e nel fegato di suini naturalmente infetti, sopravvive oltre 40 gg a temperature comprese tra –10 e –40°C; in carni salate e affumicate B. abortus può mantenersi viva e infettante per un periodo dalle 4 alle 11 settimane. Negli insaccati da consumarsi crudi la stessa B. abortus è stata ritrovata virulenta dopo 58 gg.

Sintomatologia - Nel bovino la malattia ha decorso cronico, spesso inapparente, ed è caratterizzata da aborto nelle femmine e da processi infiammatori a livello di genitali nei maschi. L’aborto si manifesta tra il quarto e ottavo mese di gravidanza, con prevalenza tra il sesto e il settimo. I segni clinici sono di solito poco appariscenti e l’espulsione del feto avviene senza interessare lo stato generale dell’animale. All’aborto spesso può seguire ritenzione placentare con problemi talvolta di metrite acuta o cronica, e nella gravidanza successiva è comunque evento raro il ripetersi di episodi abortivi. Per quel che riguarda la mastite brucellare non si hanno sintomi particolari, se non una modica diminuzione della secrezione lattea ed alterazioni chimico-fisiche della stessa. Nel maschio la sintomatologia è a carico di epididimo e testicoli, con andamento per lo più di tipo cronico.

Lesioni - Le lesioni più significative si riscontrano a livello placentare con membrane più o meno infiltrate e ispessite; i cotiledoni sono ingrossati ed emorragici. A livello di invogli si evidenzia edema gelatinoso tra corion ed allantoide. Il feto è mummificato e putrefatto e presenta fenomeni asfittici. Le lesioni a livello testicolare sono caratterizzate da sclerosi a livello di parenchima, l’organo è ingrossato e le tuniche ispessite ed aderenti.

Diagnosi - Le ritenzioni di placenta, gli aborti, i parti prematuri, i casi di mortinatalità, la presenza di alterazioni a carico del feto e degli invogli sono tutti elementi su cui basare una diagnosi presuntiva. Solo però gli esami di laboratorio sono in grado di confermare l’esatta natura di questi processi morbosi.

Esami di laboratorio - Colturale: rappresenta uno dei metodi più affidabili e come materiale si utilizzano invogli fetali, latte, tamponi, feto, tamponi vaginali, ecc… Prova biologica: vi si ricorre solo in particolari casi e richiede la disponibilità di materiale fresco non eccessivamente contaminato. Test sierologici: rappresentano la parte fondamentale per la diagnosi. La sieroagglutinazione lenta: è il metodo più tradizionale e prevede la diluizione dei sieri per raddoppio e l’impiego, come antigene, di una sospensione di brucelle preventivamente titolata in presenza di siero standard internazionale. Il rose bengala test: si è affermato come metodo di screening di massa e utilizza un antigene fortemente acido in cui le brucelle sono colorate con rosa bengala. Si effettua ponendo a contatto 0,03 ml di siero con la stessa quantità di antigene, mescolando attentamente con bastoncino apposito e leggendo dopo 4 minuti. Le reazioni positive danno luogo a seconda della loro intensità a fenomeni d’agglutinazione appena percettibili oppure dalla formazione di fini o grossi agglutinati di colore rosso-rosa. La fissazione del complemento viene ritenuto fra i metodi tradizionali quello più sensibile e specifico. Il ring test: è una prova di agglutinazione in grado di svelare la presenza di anticorpi specifici nel latte di vacche infette e trova particolare applicazione nel controllo del latte proveniente da più animali della stessa azienda (latte di massa). La normativa nazionale (Decreto Legislativo n. 651 del 27/08/1994) considera un capo infetto da brucellosi qualora risulti positivo agli esami sierologici ufficiali, la sieroagglutinazione rapida con antigene al rosa bengala (SAR-Ag.:RB) e la fissazione del complemento (F.d.C.). Un animale è da ritenersi sospetto quando la SAR risulta positiva e la F.d.C. è negativa e in questo caso il controllo deve essere ripetuto; nel caso invece di F.d.C. positiva l’animale è sempre considerato infetto (Art. 7). Un allevamento bovino è considerato infetto da brucellosi in seguito all’isolamento dell’agente eziologico e/o quando uno o più capi hanno reagito positivamente alle prove sierologiche ufficiali (Art. 10). Perciò a differenza della norma comunitaria, il rilievo di positività alla F.d.C. anche in un solo capo con un titolo di 20 UIFC/ml comporta l’apertura del focolaio e l’adozione dei provvedimenti di polizia veterinaria. Il sospetto di brucellosi viene sollevato qualora l’animale manifesti segni clinici riportabili alla malattia (aborto e ritenzione placentare) la cui causa non sia accertata e qualsiasi altro fenomeno morboso per il quale si ritiene di non dover escludere una possibile infezione brucellare.

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperim. della Lombardia e dell’Emilia-Romagna “Bruno Ubertini”

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