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Eurocarni nr. 10, 2008

Rubrica: Interviste
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 133)

Agricoltura biologica e biodiversità

«Promuovere la diversità invece che distruggerla, perché per essere veramente produttivi, i sistemi agricoli devono diventare complessi e rispecchiare gli ecosistemi». Lo sostiene Tewolde Berhan Gebre Egziabher, padrino del “principio di precauzione”

 

XVI Congresso IFOAM svoltosi lo scorso giugno a Modena

 

 

Il sedicesimo congresso mondiale dell’International Federation of Organic Agriculture Movements (IFOAM) che si è svolto a Modena dal 16 al 20 giugno scorso ha portato in Italia personalità di primissimo piano: non solo scienziati, ma anche filosofi e politici. Il sistema di produzione biologica affronta il mondo nel suo insieme, con un approccio olistico; capita quindi che i suoi maggiori esponenti siano persone con esperienze di lavoro trasversali.

Uno degli ospiti d’onore, padrino del “principio di precauzione” (uno dei quattro capisaldi della produzione biologica) è stato l’etiope Tewolde Berhan Gebre Egziabher, che in seguito al suo lavoro di salvaguardia della biodiversità e dei diritti di agricoltori e delle comunità rurali sulle loro fonti genetiche, è stato insignito nel 2000 del premio Right Livelihood Award e nel 2006 del titolo di Champion of the Hearth, il più prestigioso premio ambientale concesso dall’ONU.

I suoi interventi a livello internazionale sono numerosi, dalla FAO, all’Organizzazione per l’Unione Africana, al G77. In particolare, con i Paesi del gruppo G77 ha contribuito alla formazione di un gruppo di negoziatori africani sui temi dello sviluppo e dell’incremento dei diritti delle comunità locali. Nel 1999 è stato il portavoce del Like-minded Group a Cartagena, in Colombia, durante le negoziazioni sulla biosicurezza. Ha anche partecipato al forum che ha portato alla compilazione della Convenzione della Diversità Biologica (CBD).

Tewolde è stato custode dell’Erbario nazionale etiopico, preside dell’Università di Asmara e general manager dell’Autorità di protezione ambientale dell’Etiopia; oggi è direttore del Segretariato di Conservazione Strategica Etiope, cioè Ministro dell’ambiente ovvero general manager della Environmental Protection Authority of Ethiopia.

Si tratta di un uomo estremamente gentile e disponibile, con occhi intelligenti su un viso simpatico, ravvivato continuamente da un sorriso aperto. Ascoltarlo è stato molto piacevole e abbiamo avuto la fortuna di intervistarlo brevemente.

 

Signor Tewolde, qual è il suo ruolo come direttore del Segretariato?

«Svolgo quello che può essere definito il ruolo di Ministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente: rappresento l’Etiopia all’estero e riferisco al Parlamento. Ma il mio Paese ha preferito far sì che il responsabile di questi argomenti non fosse nominato in seguito a decisioni politiche».

 

Perché?

«Agricoltura e ambiente sono temi troppo importanti per far sì che cadano nella semplice battaglia politica, dove qualsiasi decisione del governo viene accettata senza riserve dal partito al potere e rifiutata per principio da quelli di opposizione. Il mio Paese è una democrazia giovane, la terribile guerra civile è finita solo nel 1991».

 

In questo modo i progetti avviati e le decisioni prese non vengono rimessi in discussione prima che abbiano cominciato a dare i propri frutti…

«Esattamente. Non è bene lasciare ai semplici giochi politici temi di importanza strategica; un referente esterno, criticabile dal governo e elogiabile dall’opposizione è una buona soluzione, per il momento. Essere esterno al governo permette al direttore del Segretariato etiopico della strategia per la conservazione di lavorare meglio e sulla base di evidenze. Anche se l’attuale partito al governo ha una maggioranza forte e anche se, personalmente, prevedo che almeno per i prossimi 30-40 anni il panorama politico non presenterà forti sconvolgimenti».

 

Qual è il programma politico del governo etiopico?

«Il partito di maggioranza è molto legato alle comunità rurali. Ha già compiuto una buona riforma agraria che ha dato ai 40 milioni di contadini etiopi un appezzamento di terra da coltivare. L’estensione degli appezzamenti è tale che una famiglia è in grado di coltivarla, di sostenersi e di produrre un piccolo surplus.

Non è possibile avere estensioni di terreno più grandi di quella che si riesce a lavorare in proprio. Al tempo stesso, la riforma ha vincolato i proprietari alle campagne: infatti chi non lavora il proprio fondo perché si è trasferito in città perde automaticamente qualsiasi diritto su di esso».

 

Tewolde Berhan Gebre Egziabher.

 

Perché sono state adottate regole così rigide?

«Vogliamo che le popolazioni rurali tornino a crescere numericamente. Il processo di inurbamento delle popolazioni deve essere interrotto e invertito. Ci siamo resi conto fin dal 1996 che per garantirci la disponibilità di cibo è indispensabile lavorare a livello locale, usando le risorse disponibili e il lavoro dei piccoli proprietari, di cui stiamo implementando le conoscenze tecniche.

Facciamo anche molta sperimentazione per incrementare la fertilità del suolo e ottimizzare le rese. Quello che vogliamo, infatti, è abbandonare il sistema di produzione intensiva per sviluppare un sistema agricolo biologico, basato su pratiche tradizionali migliorate e rivisitate in chiave scientifica, in grado di ottimizzare il ciclo dei nutrienti».

 

Per il congresso di Modena lei è stato nominato padrino del “principio di precauzione” dai membri dell’IFOAM, cosa significa?

«Il sistema di produzione agricolo industriale è un sistema che prevede poca attenzione per gli effetti negativi che comporta a breve e lungo termine. Adesso l’agricoltura convenzionale sta arrivando al capolinea: vorrei esserne felice, ma non posso, perché questo sistema produttivo ha inquinato la terra e le acque. Ecco, se l’agricoltura industriale avesse avuto più attenzione nei riguardi dei suoi effetti collaterali, non saremmo a questo punto, non avremmo il riscaldamento globale e lo stravolgimento del clima.

Ora nel mondo comincia a crescere la paura, perché assistiamo a eventi atmosferici che portano a distruzioni dei raccolti, alla fame e a tanti problemi. Ma poiché dobbiamo modificare il nostro comportamento, la paura è una nostra alleata, diventa il motore del cambiamento produttivo. E questo cambiamento è l’agricoltura biologica».

 

Quali sono i difetti dell’agricoltura convenzionale?

«Come ho detto nel mio discorso conclusivo, si tratta di un’agricoltura che si autoalimenta invece che alimentare l’uomo. Deve liberarsi dalla dipendenza dai carboni fossili — che si stanno esaurendo — e dalle sostanze chimiche, deve promuovere la diversità invece che distruggerla, perché per essere veramente produttivi, i sistemi agricoli devono diventare complessi e rispecchiare gli ecosistemi. Solo così l’agricoltura continuerà a fornire il cibo e i prodotti di cui abbiamo bisogno all’uomo di oggi e alle generazioni future, i nostri figli».

 

Quale sarà il cibo del domani?

«La diversità si deve estendere anche alle abitudini alimentari, il classico cibo da fast food è destinato a sparire. Dobbiamo adattarci al buono che c’è nella produzione locale, adattare le nostre esigenze a una dimensione regionale per poter avere tutti cibo».

 

Quali sono le specie zootecniche allevate in Etiopia?

«Anche se l’Etiopia possiede alcuni dei territori a minor piovosità del mondo, abbiamo grandi estensioni di terre fertili e ricche di acqua — anche le acque del Nilo! Di conseguenza, posso dire che alleviamo tutte le specie, ad eccezione di lama, vigogna e alpaca» dice Tewolde regalandoci un ultimo sorriso.

Giulia Mauri

Eurocarni
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