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Eurocarni nr. 10, 2008

Rubrica: Economia e Politica Comunitaria
Articolo di Ventura S.
(Articolo di pagina 51)

I dieci anni dell’euro

 

 

Sono passati dieci anni da quando il Consiglio Europeo, riunito a Bruxelles all’inizio del mese di maggio 1998, decise l’introduzione dell’euro come moneta unica per gli Stati Membri che desideravano aderirvi e che rispettavano i criteri, detti “di convergenza”, elencati nell’articolo 121 del trattato CE.

Questi criteri sono definiti in un apposito protocollo allegato al trattato firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992. Si tratta, in particolare, del raggiungimento di un alto grado di stabilità dei prezzi, della sostenibilità della situazione della finanza pubblica, del rispetto dei margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio del sistema monetario europeo per almeno due anni e, infine, dei livelli dei tassi d’interesse a lungo termine, che riflettano la stabilità della convergenza raggiunta dallo Stato Membro e della sua partecipazione al meccanismo di cambio del sistema monetario europeo.

Il primo giugno 1998 veniva creata la Banca Centrale Europea — BCE — e il 31 dicembre dello stesso anno venivano fissati definitivamente i tassi di cambio tra l’euro e le valute nazionali degli undici Stati Membri, che avrebbero adottato la moneta unica1.

Quattro anni dopo, nel gennaio 2002, venivano messi in circolazione i biglietti e le monete espressi in euro, dapprima (fino al 30 giugno) in coesistenza con le valute nazionali e, successivamente (dal 1° luglio), in sostituzione delle stesse. Nel frattempo altri quattro Stati Membri hanno adottato l’euro2, portando a quindici il numero dei Membri della zona euro. Questo numero salirà a sedici a partire dal gennaio 2009, in seguito alla decisione del Consiglio dei Ministri dell’economia e delle finanze, tenutosi a Lussemburgo nel giugno scorso, che ha autorizzato la Slovacchia ad adottare anch’essa l’euro.

L’adozione dell’euro e l’appartenenza all’Unione Economica e Monetaria esige dagli Stati Membri un continuo rispetto dei criteri definiti a Maastricht e, quindi, un’autodisciplina che la Commissione Europea valuta annualmente nella sua relazione sulla “convergenza”. Infatti, il rispetto di quei criteri non è limitato nel tempo ed è sottoposto ad un attento controllo con gravi sanzioni per gli Stati inadempienti. Questo principio, già enunciato dal Consiglio Europeo di Madrid (15-16 dicembre 1995), è stato sancito con la conclusione del Patto di stabilità e di crescita deciso dal Consiglio Europeo di Dublino (14 dicembre 1996). Questo accordo prevede non solo misure preventive, destinate ad avvertire gli Stati in procinto di allontanarsi dai parametri di convergenza, ma anche misure dissuasive nei confronti degli Stati inadempienti3.

Non c’è dubbio che l’ingresso nella zona euro comporti uno sforzo notevole e non pochi sacrifici. Ma questi sono ricompensati adeguatamente. In primo luogo, perché l’adozione dell’euro implica una più grande stabilità dal punto di vista macro-economico, necessaria per lo sviluppo e l’occupazione. In secondo luogo, perché l’unione monetaria non può che avvantaggiare la crescita economica dei suoi membri, se questi ne rispettano le condizioni.

La stabilità dei prezzi è una delle finalità principali del sistema monetario europeo. Ecco perché la Banca Centrale Europea attribuisce un’importanza capitale al controllo dell’inflazione e perché i singoli Stati Membri debbono dimostrare di essere capaci di raggiungere un “alto grado di stabilità dei prezzi”, prima di essere autorizzati ad adottare l’euro. Ma, anche indipendentemente dall’ingresso nella zona euro, il rispetto dei criteri definiti a Maastricht è un fattore essenziale della crescita economica.

Lo sviluppo non è un fatto meccanico4 ed è importante capire quali siano i fattori necessari per realizzarlo.

A dieci anni dalla sua creazione e dopo sei anni di “circolazione” effettiva, qual è il giudizio che si può formulare sul ruolo dell’euro nella nostra vita quotidiana? Malgrado le apparenze, l’euro non è responsabile della presunta diminuzione del potere d’acquisto e dell’aumento dei prezzi5. Le statistiche dimostrano che nel corso degli ultimi anni i redditi nella zona euro sono aumentati più rapidamente dei prezzi. È vero, tuttavia, che l’aumento dei prezzi si è concentrato su taluni beni di consumo corrente, in particolare, nei settori dell’alimentazione e dell’energia. Sicché, è facile capire come si sia diffuso un sentimento generale di rincaro della vita, contraddetto dai dati delle statistiche.

 

 

Un’analisi obiettiva dell’evoluzione dell’economia nella zona euro rivela incontestabilmente i vantaggi della moneta unica. Negli ultimi dieci anni l’inflazione non ha superato, in media, il 2%. I tassi d’interesse a lungo termine sono diminuiti del 50% rispetto ai livelli degli anni Novanta. L’incremento degli scambi commerciali è stato spettacolare. Tutti hanno potuto apprezzare la soppressione dei costi legati alle operazioni di cambio. Né si devono dimenticare altri vantaggi, meno visibili per l’uomo comune, come il contenimento del debito pubblico e l’importanza assunta dall’euro sul piano internazionale.

In conclusione, l’Unione Economica e Monetaria procede in modo soddisfacente6.

Purtroppo, è motivo di rammarico il fatto che negli altri settori dell’Unione Europea, in particolare in quello istituzionale ed in quello fiscale, i progressi sono impercettibili o addirittura inesistenti. Questa discrasia rischia di mettere in pericolo, nel lungo periodo, il buon funzionamento non solo dell’Unione Europea come tale, ma anche del sistema monetario imperniato sull’euro.

Sergio Ventura

 

Note

  1. Si trattava dei seguenti Stati Membri: Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Francia, Finlandia, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Austria ed Irlanda. Venivano così attuate le decisioni prese nel dicembre 1995 dal Consiglio Europeo di Madrid, che dette alla futura moneta unica il nome di “euro”, fissò al 1° gennaio 1999 l’inizio della terza fase dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) e stabilì che nel corso del 1998 sarebbe stato stilato l’elenco degli Stati che potevano entrare a far parte dell’UEM, mentre la Banca Centrale Europea sarebbe diventata operativa il 1° gennaio 1999, contemporaneamente alla fissazione della parità definitiva con l’euro dei tassi di cambio delle monete nazionali degli Stati aderenti all’UEM.
  2. Dapprima la Grecia (2001), poi la Slovenia (2007) ed infine Cipro e Malta (2008).
  3. In particolare, qualora il deficit del bilancio di uno Stato aderente all’UEM superi la soglia del 3% del Prodotto Interno Lordo (PIL), si applicherà nei suoi confronti una sanzione finanziaria che potrà variare dallo 0,2 allo 0,5 del PIL. Sono tuttavia previste alcune eccezioni. Si ricorderà che nel 2004 sia la Francia che la Germania avevano superato la soglia del 3% senza subire sanzioni.
  4. Cf. P. Sylos Labini, Ahi serva Italia, Bari, 2006, p. 113.
  5. Cf. I miei articoli in questa Rivista, n. 7/2006, p. 23 (Zona euro e crescita economica) e n. 5/2007, p. 32 (Chi ha paura dell’euro forte?).
  6. Questa conclusione resta valida malgrado la crescita negativa del secondo trimestre di quest’anno, che ha registrato una diminuzione del PIL nella zona euro dello 0,2% rispetto al primo trimestre. Tale diminuzione — dovuta essenzialmente ai risultati della Germania, della Francia e dell’Italia — deve essere tuttavia valutata tenendo conto della buona tenuta del primo trimestre, delle crisi che agitano sia l’economia americana che quella britannica e delle loro conseguenze negative rispetto alle esportazioni della zona euro, già penalizzate dalla fermezza dell’euro. Taluni economisti non esitano a dichiarare che l’economia della zona euro è entrata in una fase di recessione. Ma è ancora troppo presto per affermarlo. Occorre aspettare i risultati del terzo trimestre e non è escluso che le previsioni pessimistiche siano smentite, grazie ad una diminuzione dei prezzi delle materie prime in generale e del petrolio in particolare.
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