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Eurocarni nr. 10, 2008

Rubrica: Attualità
Articolo di Dessì M. A.
(Articolo di pagina 47)

I prodotti a km zero: l’ultima tendenza nei consumi

“Locavoro”: questo il nome con cui viene definito colui che consuma esclusivamente o prevalentemente alimenti prodotti nel raggio di un centinaio di chilometri

 

 

Anche nel settore alimentare, si sa, le mode dilagano. Mangiare non è solo nutrirsi. Può significare frequentare ambienti particolari, contribuire a cause sociali, partecipare a progetti ambiziosi e talvolta sposare cause importanti.

Ma, nel caso dei cosiddetti prodotti a chilometri zero, le motivazioni d’acquisto possono essere diverse e non tutte semplicemente rispondenti al bisogno di seguire la tendenza del momento.

“Locavoro”: questo il nome con cui viene definito colui che consuma esclusivamente o prevalentemente alimenti prodotti nel raggio di un centinaio di chilometri. Viene dalle due parole local e omnivores. Si tratta di un termine coniato da alcune donne californiane, le quali per prime hanno lanciato un’idea che, oltre a consentire un diverso rapporto col cibo, contribuisce fattivamente alla riduzione di gas serra, ampiamente generati nel trasporto della merce.

In un contesto come quello attuale, dove la globalizzazione dei mercati consente di avere in tavola prodotti provenienti dall’altra parte del globo, consumare per lo più alimenti coltivati o trasformati poco lontano da casa significa risparmiare anidride carbonica ed energia.

Infatti, per trasportare un chilo di frutta dall’America Latina a Milano, un aereo rilascia in media 16 chili di CO2. Fatte le debite proporzioni, un “pasto intercontinentale” completo, può costare in termini energetici, sino a 170 chili di CO2, mentre lo stesso pranzo con prodotti a chilometri zero ha un impatto ambientale di gran lunga meno rilevante.

Inoltre, un paniere di prodotti a chilometri zero ha il pregio di garantire maggiore trasparenza, tracciabilità e igiene, essendo il nostro Paese tra quelli in cui i controlli igienico sanitari sono più ferrei al mondo.

Il consumatore, quindi, può avere un ruolo importante sia nell’incentivazione dell’economia locale — soprattutto di quella priva di intermediari — che nel rispetto dell’ambiente in tutte le sue forme. Se, per esempio, questa attenzione è associata all’abitudine di acquistare preferibilmente prodotti sfusi, (anziché confezionati e talvolta con diversi contenitori, anche per una quantità minima di prodotto), il risparmio si calcola pure in termini di smaltimento dei rifiuti.

Tale sensibilità al consumo consapevole — limitata per ora a ristretti gruppi di persone — viene poi assecondata dalla recente normativa, che prevede l’avvio di mercati riservati all’esercizio della vendita diretta da parte degli imprenditori agricoli (Decreto 20 novembre 2007, Mipaaf). Numerose associazioni di categoria e reti di consumatori, imprenditori e la stessa Grande Distribuzione Organizzata si stanno organizzando per predisporre punti di vendita di prodotti locali.

D’altronde, c’è un numero sempre crescente di persone, a livello mondiale, che vuole acquistare prodotti freschi, naturali e del proprio territorio. Prodotti che non devono percorrere grandi distanze per arrivare sulle tavole.

Oltre agli esempi nostrani, si registra una certa sensibilità delle catene della Gdo europea nel cogliere i cambiamenti nel comportamento e nei gusti della clientela. Per questo, alcuni importanti nomi delle principali catene di vendita di alimentari si sono già organizzati al loro interno, allo scopo di dedicare spazi e scaffali a prodotti a chilometri zero. Si contano, infatti, esperienze di successo in Paesi come Francia e Gran Bretagna e, soprattutto, negli Stati Uniti, dove il fenomeno è nato ed è tuttora in forte espansione.

Negli USA, oltre il 50% degli agricoltori destina i propri prodotti ai mercati rionali locali, con il risultato che nei cosiddetti farmer’s market si possono acquistare frutta ed ortaggi freschissimi a costi molto inferiori e senza l’intervento di intermediari che fanno lievitare i prezzi.

Già decenni fa, sempre Stati Uniti e Gran Bretagna avevano proposto la formula pick your own, che permette di fare la spesa direttamente nell’orto delle aziende agricole, raccogliendo personalmente dal terreno la frutta o la verdura di cui si necessita e risparmiando, pertanto, pure sui costi di raccolta.

Questi sistemi di acquisto e consumo, però, non si limitano ai prodotti della terra: possono essere effettuati — e in taluni casi vengono già utilizzati — anche per prodotti trasformati. Ci sono esempi come quello dei distributori automatici di latte crudo, piuttosto che di reti di ristoratori che offrono lo stesso servizio.

 

Distributore automatico di latte crudo vaccino (immagine presa dal sito AUSL di Cesena).

 

Chi segue questo stile di vita può dunque risparmiare e contribuire — nel suo piccolo — a ridurre l’impatto ambientale di produzione, trasformazione e trasporto delle merci. Ma non ci sono solo aspetti positivi.

Innanzitutto, vi è l’impegno nella ricerca del prodotto: i mercati rionali hanno orari ben differenti da quelli della Gdo che, aprendo sino a tarda sera, cerca di andare incontro alle esigenze dei lavoratori. In secondo luogo, si devono evitare le primizie e i fuori stagione, cosa che ha anche un lato positivo, proprio perché il prodotto di stagione ha un gusto intenso quando è il suo naturale momento di produzione. Infine, ci si deve “accontentare” di ciò che il proprio territorio offre, senza andare alla ricerca di prodotti esotici.

Insomma, coloro che abitano in una zona che non offre niente dal punto di vista alimentare si possono considerare dispensati dall’obbligo. È però il caso di dire che non si può trattare di italiani.

Se un minimo campanilismo ci è concesso, ci permettiamo di dire che nel nostro Paese non esiste luogo che non abbia prelibatezze da offrire.

Maria Antonietta Dessì

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