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Eurocarni nr. 12, 2003

Rubrica: Fiere
(Articolo di pagina 117)

Fieravicola 2003, l’appuntamento internazionale con il mondo dell’avicoltura

Analisi sul settore avicolo italiano: produzione, import, export e consumi di carne avicola e uova

 


 

 

Anche quest’anno si sono dati appuntamento a Forlì, dal 2 al 5 ottobre, i protagonisti nazionali del settore avicolo: dagli allevatori, ai produttori di mangimi, a quelli di incubatoi, dalle aziende specializzate nelle attrezzature per la macellazione e la confezione a quelle che si occupano di tutela ambientale, dalle maggiori realtà attive nel settore delle uova a quelle della coniglicoltura, segmento che vede l’Italia seconda produttrice mondiale. In totale circa 300 aziende (di cui il 15% straniere), alle quali si sono aggiunti 150 espositori allevatori.

Le aziende leader nella produzione delle carni bianche si sono confrontate con i buyer italiani e stranieri all’interno di un contenitore fieristico nel quale è anche stato presentato un video realizzato dal CONAV (Consorzio Nazionale Avicunicolo)per documentare la filiera in tutte le sue fasi prodotto, con la partecipazione di Amadori, Arena, Cafar, Euroservice, Martini e Pollo del Campo. Un forum alimentare all’interno del quale esperti nutrizionisti, rappresentanti dei consumatori e produttori hanno fatto il punto sulle carni bianche.

Progetto di internazionalizzazione

Al centro dell’edizione 2003 di Fieravicola ci sono state le azioni di "internazionalizzazione", per sostenere le imprese del settore nella ricerca di ulteriori opportunità di business su mercati esteri e per diversificare l’export su più mercati. I contatti internazionali avviati sono stati concretizzati dall’arrivo di delegazioni di operatori giunti a Forlì da Romania, Polonia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, e da paesi del Mediterraneo, oltre a buyer provenienti da USA, Marocco, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Alla luce di tale nuovo impegno sono stati incentivati corsi di formazione per tecnici provenienti dai paesi dell’est europeo, in gran parte tecnici sanitari e veterinari, aggiornati allo scopo di innalzare gli standard igienico sanitari dei propri paesi di origine attraverso l’utilizzo del know-how e dei prodotti delle imprese italiane. Sono quindi state pianificate missioni da parte di operatori avicoli italiani in Russia e in Romania, mentre in Marocco si sta lavorando su un progetto di sviluppo di un gruppo di aziende avicole marocchine operanti lungo l’intera filiera avicola, utilizzando specifici fondi UE, dell’ufficio EME per le PMI locali e impiegando attrezzature e know-how fornito dalle imprese italiane.

Il settore avicolo italiano

L’avicoltura italiana rappresenta, all’interno del più vasto settore zootecnico, una realtà dagli elevatissimi livelli qualitativi. Negli ultimi anni si è investito molto in strutture e tecnologie per garantire la qualità del prodotto e per agevolare lo sviluppo di alimenti sempre nuovi (precotti, piatti pronti, ecc.).

Il settore ha inoltre perfezionato un sistema a filiera integrata, in grado di assicurare al meglio il consumatore per quanto concerne la catena di controlli, tutti rigorosissimi nelle diverse fasi del ciclo produttivo. Il 90% delle carni di pollame e il 60% di uova da consumo nel nostro paese sono prodotte con questo sistema, detto a "integrazione verticale".

Ciò significa che la produzione è realizzata da aziende che hanno gli allevamenti di riproduttori, incubatoi, producono mangimi, possiedono propri macelli e propri laboratori per la trasformazione delle carni.

Andamento del 2002

Per il secondo anno consecutivo l’avicoltura italiana ha chiuso i conti in rosso, 400 milioni di euro in meno secondo le stime dell’UNA, Unione Nazionale Avicoltura, dovute alle fortissime variazioni negative registrate dai prezzi per tutto il 2002. Nel rapporto tra costi di produzione e prezzi all’origine poco ha potuto il calo dei prezzi dei cereali, poiché gli ha fatto da contraltare un aggravio di spesa per fronteggiare il rischio Bse, rendendo i costi di produzione troppo alti, in relazione ai prezzi all’origine registrati (0.81 prezzo alla produzione contro 0.91 del costo alla produzione).

Le cifre sono più che mai eloquenti: il differenziale medio costo/prezzo dei vari comparti si è collocato a -14,7% per il pollo, -22,9% per il tacchino, -8,0% per la faraona. Per le uova, invece, si è registrato un differenziale positivo (+18,1%). Da considerare inoltre il crollo delle quotazioni europee provocato dai concorrenti internazionali più agguerriti che hanno limitato le possibilità esportative dell’UE. L’avicoltura italiana, a seguito di tutti questi fattori, non ultimo anche della cronica difficoltà a far fronte alle cicliche crisi di sovraproduzione, rischia da alcuni anni di veder ridurre la competitività del suo prodotto e delle sue aziende.

Il prodotto lordo vendibile del settore, a valori correnti, è sceso globalmente nel 2002 del 13,6%, pari a 2.700 milioni di euro (1.650 per il pollame e 1.050 per le uova) contro i 3.150 milioni del 2001 (2.100 milioni per il pollame e 1.050 per le uova). Il dato rappresenta il 19,5% dell’intero comparto zootecnico ed il 6,7% della PLV dell’agricoltura italiana.

Il fatturato del settore ha raggiunto i 4.500 milioni di euro (contro i 4.900 del 2001), 3.300 per le carni avicole (3.700 nel 2001 e 1.200 per le uova, invariato), quindi con 400 milioni di euro in meno che l’Unione Nazionale Avicoltura sottolinea con grande evidenza.

Saldo attivo import export

Nel complesso gli scambi con l’estero del 2002 hanno registrato un incremento del saldo del comparto rispetto al 2001. Un dato positivo documentato da un saldo attivo di 112.500 t (nel 2001 66.000 t).

Consumi del 2002

I consumi di carni avicole si sono stabilizzati dopo l’effervescenza provocata dalla paura della Bse. Questo perché passato appunto l’effetto "mucca pazza", gli italiani si sono riavvicinati alla fettina di bovino e i consumi delle carni bianche, dopo il picco del 2001 con il superamento della soglia dei 20 kg pro-capite, si è attestato nel 2002 sui 19,12 kg per abitante. Si è trattato dunque di un riequilibrio all’interno dei consumi delle carni. Una cifra, quella evidenziata dall’Unione Nazionale Avicoltura, che caratterizza da alcuni anni il consumo delle carni avicole: una netta prevalenza sulle tavole degli italiani della carne di pollo, seguita da oltre 4 kg di carne di tacchino.

In totale nel 2002 il consumo si è collocato a 1.106.200 t, contro le 1.181.600 t avviate al consumo nel 2001. La redistribuzione delle preferenze dei consumatori di carne nel post Bse ha avuto effetti più importanti al Sud e al Nord ovest, dove il recupero degli acquisti di carne bovina è stato più intenso e la contrazione della domanda di carne avicola più significativa, a differenza del Nord est e del Centro.

Le uova: consumi, produzione e distribuzione

Nel corso del 2002 ogni italiano ha consumato 223 uova. Il consumo totale è risultato pari a 12 miliardi e 912 milioni contro i 13 miliardi e 55 milioni del 2001 (-1,1%). Una leggera flessione anche nella produzione del 2002 rispetto al 2001: -0,8%, considerando che nel 2002 sono state prodotte in Italia 12 miliardi e 797 milioni di uova contro i 12 miliardi e 901 milioni del 2001 (fonte: elaborazione dati IHA nell’ambito del progetto ConAv).

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