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Eurocarni nr. 12, 2003

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 15)

Rischio deficit e politica di sviluppo

 

 

 

Le previsioni di autunno della Commissione Europea non sono state certamente ottimistiche per quanto riguarda il rapporto tra il deficit ed il P.I.L. ed, infatti, il nostro Paese potrebbe constatare, nel 2005, che detto rapporto si possa attestare sul 3,5% e cioè ben oltre la soglia massima del 3%.

La Commissione dell’UE, così facendo, ha certamente inteso affermare che le regole previste dal Trattato di Maastricht non si cambiano, quasi a voler smentire tutti coloro che, nei vari Paesi, hanno adombrato la possibilità di ammorbidire un sistema non legato all’andamento del ciclo economico.

Il patto di stabilità deve, perciò, rimanere integro, anche se, per ora, non viene ipotizzata nessuna procedura contro il nostro Paese.

Ma ciò non toglie che non sia necessario fare chiarezza sulle varie misure "una tantum" finora adottate, ma che, in realtà, sono state seguite da alcune riforme di carattere strutturale, le quali, però, non ancora hanno dato i loro frutti positivi.

Nel 2005 i Paesi che potrebbero vedere il loro disavanzo superiore al 3% sono la Germania, la Francia, il Portogallo e, quindi, l’Italia verrebbe ad essere in "buona compagnia"; ma il nostro Paese potrebbe maggiormente soffrire la grave situazione del debito pubblico, un lascito gravoso, derivante, come è noto, da una lunga stagione di irresponsabilità politica e finanziaria, da un’arretratezza delle nostre infrastrutture, da una frammentazione del sistema delle imprese e dalla incapacità della piccola impresa di accrescere la propria dimensione, che comporta poi ridotti livelli di concorrenza.

Non bisogna dimenticare, però, che alle colpe italiane sono da aggiungere quelle da attribuire alla Cina ed all’India, ben predisposte ad esportare beni di consumo che l’Italia produce e ad importare beni capitali che il nostro Paese non produce.

Il limite del made in Italy consiste nei prezzi alti, ma è da ricercarsi anche nella qualità nella composizione merceologica e nel vecchio modello di specializzazione.

Tenendo conto della accennata situazione, non può che parlarsi di stagnazione, epilogo della mancata espansione dell’attività produttiva, cominciata dopo il primo trimestre del 2001. Si tratta della più lunga fase di ristagno da circa 50 anni e peggio dell’Italia si può indicare senz’altro la grande locomotiva del passato, quale è stata la Germania.

L’accennata mancata crescita nei maggiori Paesi europei rende, perciò, evidente la difficoltà di rispettare i limiti previsti per i deficit pubblici, con la Francia e la Germania che respingono le richieste e rispondono vagamente, ma quel che non condividiamo è che finora nessuna sanzione sia stata irrogata e ci domandiamo se lo stesso trattamento sarebbe praticato per altri paesi ed altre eventualità… tenuto conto dei tanti proclami pubblicizzati per il passato dalle competenti autorità finanziarie europee.

Tuttavia bisogna considerare che la benevolenza usata finora da dette Autorità nella interpretazione ed applicazione del "patto" ha ottenuto, in cambio, la decisa volontà dei Paesi in difficoltà di attuare riforme strutturali, a cominciare dalle pensioni, per liberare i bilanci pubblici dalle maggiori rigidità e dai vincoli che li appesantiscono.

Anche l’Italia si è avviata a praticare il cambiamento necessario e per quanto si riferisce alla riforma pensionistica, essa, pur non facendo parte della legge finanziaria, rappresenta pur sempre una concreta risposta alle sollecitazioni dell’Autorità europea, soprattutto se si considera unitamente anche l’altra misura diretta ad incentivare la permanenza sul posto di lavoro, specialmente nel settore privato.

Sostengono alcuni, e l’affermazione ci trova d’accordo, che è necessario far presente che i giovani si dovranno caricare, sul piano individuale, di una parte dell’onere della propria pensione, con ricorso a quella complementare, ma, aggiungiamo, che è necessario dar loro maggiori possibilità di occupazione e tale possibilità può venir concretizzata dalla riduzione dei contributi pensionistici per i nuovi assunti. E può venire da interventi a favore dello sviluppo, in particolare del Mezzogiorno del nostro Paese, che non deve essere più "assistito", come per il passato, tenendo presenti quelle esperienze, considerato il male che è stato fatto per puri calcoli elettorali.

Lo spazio, secondo la maggior parte dei nostri economisti, esiste, soprattutto se si considera il citato atteggiamento flessibile delle Autorità europee in materia di deficit. Ciò lascia pensare che sia possibile anche per il nostro Paese attivare una maggiore spesa pubblica, pur rispettando il limite del 3% di deficit massimo.

Le diverse opzioni da tener presenti, di tipo congiunturale o strutturale, dovrebbero privilegiare nell’attuale fase, la prima di esse, anche per agganciare la ripresa che si sta manifestando negli USA, non trascurando ovviamente la seconda che ha maggior bisogno di investimenti in ricerca, capitale umano ed innovazione.

L’avvio di una politica di sviluppo è una priorità per tutti ed il nostro consolidato ottimismo ci fa nutrire fiducia nella creatività di misure, che possano portare anche l’Italia fuori dalla persistente stagnazione, che pur dovrà esaurirsi.

Cosimo Sorrentino

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