Eurocarni nr. 8, 2001
Articolo di Meriaux J. L.
(Articolo di pagina 59)
XXXII Assemblea ordinaria Uniceb 2001
Relazione tenuta durante la XXXII Assemblea ordinaria dell'Uniceb, svoltasi a Milano il 25 maggio scorso

Signor Presidente, Signore e Signori per me è sempre un piacere partecipare alla Vostra Assemblea annuale e venire in Italia, anche se mi sento dovunque a casa mia in Europa, in Italia, in Germania, nel Regno Unito.
Oggi vorrei, in maniera più sintetica possibile presentare il mercato delle carni bovine e quello delle carni suine, tentando di fare delle previsioni sui loro prossimi andamenti. Quello delle carni bovine è senz’altro il settore più delicato. È importante iniziare ad analizzare l’andamento delle macellazioni del 1999 e del 2000 al fine di poter azzardare delle stime per l’anno in corso.
Nel 2000, infatti, si è avuta una loro notevole diminuzione, quantificabile tra il 3,5 ed il 4%, il che ha provocato quale prima conseguenza, un ritardo nella immissione degli animali sul mercato, fenomeno che si è fortemente riscontrato nei primi 4-5 mesi del 2001.
Altro importante elemento da considerare è la sensibile riduzione delle esportazioni tra il 2000 ed il 2001, dovuta al fatto che da ottobre ad aprile circa il 95% dei Paesi normalmente acquirenti dalla Unione Europea hanno chiuso le proprie frontiere prima per la crisi BSE e, successivamente, per l’emergenza afta epizootica; la pesante conseguenza è che nel 2000 è stata registrata una caduta del consumo, su base annua, del 5%.
Per quanto riguarda il futuro ci sono numerosi interrogativi e diversi elementi da tenere in considerazione fra i quali, in primis, l’andamento del consumo e l’effetto dei provvedimenti volti alla distruzione degli animali di età superiore a 30 mesi. L’interrogativo da porsi è se questi sistemi messi in attuazione possano bastare per riequilibrare il mercato.
Tornando al consumo, come detto nel 2000 si è avuto una riduzione del 5%. Nei mesi di gennaio e febbraio del corrente anno si è registrata una situazione drammatica che ha portato la riduzione dei consumi vicina al 30% anche se non in misura analoga in tutti i Paesi membri. Le maggiori flessioni si sono avute in Germania, in Francia, Italia, Spagna e Grecia, mentre in Irlanda, Danimarca, Finlandia e Svezia si è registrata una discreta stabilità; nel Regno Unito, addirittura, si è notato un incremento del 3%. Nello scorso mese di marzo si è avuto un piccolo miglioramento di circa il 5%, sempre con tendenze variabili fra i singoli Stati membri. In aprile, si è avuto un nuovo miglioramento, grazie, soprattutto, ai Paesi in cui la crisi era maggiormente avvertita (Italia, Spagna); anche in Francia la situazione è risultata in ripresa, passando da un _25% a un _10%.
Nel mese di maggio, infine, si è notata la fase più importante, in quanto la riduzione media della Unione Europea è passata da un _28% ad un _10% (dati elaborati dalla Commissione, che condividiamo solo in parte) ed i consumi si sono maggiormente ripresi nei Paesi in cui si erano constatate le riduzioni più forti (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo).
Tutti questi dati possono essere possono essere riscontrati dalla tabella n° 1 anche se si tratta solo di valutazioni.
In ogni caso, non dimentichiamoci che il calo dei consumi del 1996 è stato recuperato nel 1999-2000 e, quindi, se l’attuale riduzione del 10% si dovesse consolidare ci vorranno almeno due o tre anni per recuperarla.
Altri fattori che influenzano il mercato della carne bovina sono rappresentati dal programma di distruzione dei bovini di età superiore a 30 mesi, programma iniziato il 1° gennaio 2001 ma non attuato con le stesse modalità in tutta Europea; infatti, è stato molto utilizzato in Francia ed in Irlanda, mentre è partito molto a rilento nel vostro Paese. In Irlanda, un animale su tre è stato avviato alla distruzione, in Francia, invece, la media settimanale delle macellazioni si è aggirata sui 15-20.000 capi nei mesi di febbraio e marzo mentre, attualmente, si è sui 7-8.000 capi alla settimana.
Dal mese di gennaio ad oggi sono stati abbattuti e distrutti circa 600.000 capi, pari a 200.000 t. Tale programma, che terminerà il 30 giugno p.v., si stima possa ritirare dal mercato circa 230.000 t di carni, alle quali vanno aggiunte le macellazioni effettuate nell’ambito di misure di protezione sanitaria che, solo nel Regno Unito, a causa dell’afta epizootica, hanno portato all’abbattimento e distruzione di quasi 3 milioni di animali, di cui il 15% di bovini (450-500.000 capi pari a circa 150.000 t). Ovviamente l’andamento di tali macellazioni dipenderà dalla evoluzione della malattia che in questi giorni sembra in notevole diminuzione (5-6 casi al giorno, contro i 40-45 casi/giorno segnalati all’inizio della crisi).
Nel Regno Unito, inoltre, è previsto un programma di abbattimento e distruzione degli animali di età superiore a 30 mesi.
Tutti questi programmi porteranno al ritiro definitivo dal mercato di circa 600.000 tonnellate, così come si può evincere dalla tabella n° 2. A questi programmi di distruzione bisogna, poi, aggiungere, i quantitativi di carni bovine acquistati all’intervento pubblico, anche se tale sistema non ritira dal mercato la carne definitivamente ma solo a titolo provvisorio. Nel 2000, grazie ad una situazione positiva dei prezzi di mercato, l’intervento non si è reso necessario mentre, a seguito della crisi BSE, è stata decisa la sua riapertura che dovrebbe portare, da gennaio a giugno 2001, all’acquisto di circa 230.000 tonnellate, come si evince dalla tabella n° 3.
Fino ad oggi sono state aggiudicati quantitativi per 210.000 t ma sono state stoccate effettivamente circa 185.000 t.
Tra programmi di distruzione ed intervento pubblico, sono state ritirate dal mercato comunitario quasi 830.000 tonnellate di carni bovine che hanno portato ad una ripresa dei prezzi (salvo in Italia) tra la fine del mese di aprile e gli inizi del mese di maggio, favoriti anche da una ripresa dei consumi e delle esportazioni, soprattutto, verso la Russia.
Tutti questi elementi potrebbero dare una spiegazione della ripresa dei prezzi di mercato che come media comunitaria per i bovini maschi registrano un calo del 19% nei confronti delle rilevazioni dello scorso mese di ottobre, mentre solo due mesi fa tale riduzione era del 25%.
Attualmente la diminuzione dei prezzi è ancora molto sensibile, sempre per quanto riguarda i bovini maschi, in particolare in Italia nonché in Germania, Spagna, Francia, mentre per gli animali castrati è praticamente inesistente (_1/1,5%) in quanto, lo ricordiamo, in Irlanda un animale su tre è destinato alla distruzione e quindi il mercato di tale Paese è ipersostenuto.
Per ciò che concerne le vacche, invece, i prezzi risultano in forte calo rispetto al mese di ottobre 2000, anche se tale indicazione deve essere valutata attentamente in quanto nel periodo preso a riferimento (settembre-ottobre 2000) i prezzi erano nettamente più alti dell’anno precedente.
Nella tabella n° 4 viene mostrato l’andamento dei prezzi per le varie categorie di bovini facendo un paragone fra quelli registrati nella seconda settimana di maggio 2001 con quelli rilevati nella seconda metà del mese di ottobre 2000.
Nell’analisi dei prezzi di mercato, va considerato anche che a partire dal 1° luglio 2000 la riforma della PAC ha previsto una riduzione dei prezzi istituzionali del 7% all’anno in tre anni, riduzione che non si è riflettuta direttamente sul mercato.
Questo discorso, invece, non può essere fatto per le carni di vacca che hanno registrato un calo considerevole dei prezzi tra il 2000 ed il 2001. Attualmente, non si hanno elementi per poter prevedere una ripresa dei prezzi per tali animali.
Ho cercato di fare una rapidissima panoramica del mercato della carne bovina che rimane un settore il cui risanamento risulta molto fragile e sul quale, al momento attuale, è estremamente difficile fare delle previsioni.
Passiamo ora a trattare il secondo argomento della mia relazione, concernente la situazione del mercato della carne suina e le sue prospettive future.
In questo comparto, la situazione è completamente diversa; infatti, i prezzi registrati dal mese di gennaio alla fine del mese di marzo u.s. sono risultati superiori a quelli dello stesso periodo del 1997, anno in cui si erano toccati livelli eccezionali. Solo a partire dal mese di aprile, a causa della crisi dell’afta epizootica, si è avuto un ribasso. Infatti, la comparsa della malattia nel Regno Unito, in Francia, Irlanda ed Olanda ha provocato la chiusura da parte di molti Paesi terzi tradizionalmente acquirenti dalla Unione Europea fra i quali Russia, Giappone, Corea e Stati Uniti (vedi Tabella n° 5).
Dalla tabella riportata si possono notare le previsioni dei prezzi di mercato per i quattro trimestri del corrente anno, la cui media dovrebbe attestarsi a circa 176 Euro, addirittura superiore ai 175 Euro registrati nel 1997. Pertanto, il 2001 dovrà essere considerato come l’anno con il livello di prezzi più alto mai rilevato per il settore delle carne suina.
Questo comporterà delle conseguenze sull’offerta a partire da fine anno ma, soprattutto nel 2002, in quanto i produttori, con tale redditività, saranno incoraggiati a sviluppare le proprie attività e questo poterà, inevitabilmente, ad una nuova crisi ciclica del comparto.
Facciamo un passo indietro e cerchiamo di analizzare quello che è successo nel 2000 e nei primi mesi del corrente anno.
Nel 2000 abbiamo riscontrato una diminuzione dell’offerta a livello comunitario, principale causa dell’andamento dei prezzi; questa diminuzione continua quest’anno anche se ad un livello inferiore. La seconda causa dell’incremento dei prezzi è da ricercarsi nella tenuta dei consumi che indirettamente hanno beneficiato della crisi che ha colpito il settore bovino, anche se il comparto maggiormente avvantaggiato dalla crisi è stato quello delle carni di pollame, seguito dalla carne suina e da altre carni fra le quali quelle di struzzo, canguro, coccodrillo ed, infine, di coniglio.
Sempre per il comparto che ci interessa e stiamo trattando, quello della carne suina, quest’anno dovremmo riscontrare un calo delle esportazioni dovuto a disponibilità ridotte ed alla chiusura dei mercati esteri.
Sul fronte della produzione, in Europea il primo posto spetta alla Germania, seguita dalla Spagna, dalla Francia, dall’Olanda, dalla Danimarca e dall’Italia che si trova al sesto posto. I vari cambiamenti intervenuti soprattutto in merito alla salvaguardia del benessere animale e dell’ambiente, potrebbero modificare la quota di produzione dei vari Stati membri, tanto che ci dovremo attendere una forte riduzione strutturale in Belgio e Olanda mentre, nel Regno Unito, tale calo dovrebbe essere accelerato dall’emergenza afta epizootica. La Germania, invece, dovrebbe mantenere la propria quota di produzione e, addirittura, la Danimarca incrementarla.
In Belgio, si nota una contraddizione con le previsioni appena enunciate, in quanto si è registrato un aumento della produzione del 7% anche se tale incremento deve tener conto del fatto che nel 1999 il Belgio aveva subito la grave crisi diossina che aveva provocato un ritardo nella commercializzazione degli animali.
Pertanto, l’anno 2000 per tale Paese non è indicativo ai fini della produzione, mentre se prendiamo in esame le stime per i primi sei mesi dell’anno in corso, dovrebbero riscontrarsi riduzioni nel Regno Unito, in Olanda ed anche in Belgio, Paesi nei quali siamo di fronte a riduzioni strutturali, mentre un incremento si nota ancora in Danimarca ed in Spagna.
Un elemento del mercato suino comunitario forse non di rilevante importanza riguarda le importazioni, che potrebbe esserlo, invece, per l’Italia. Infatti, su una produzione europea di 1.750.000 tonnellate, le importazioni arrivano appena a 50-60.000 tonnellate.
Tuttavia, esiste la possibilità di importare con contingenti agevolati circa 220-250.000 tonnellate all’anno, che vengono sfruttati soltanto al 30%, in quanto esistono misure di carattere sanitario, imposte dalla Comunità, nei confronti della merce importata. L’importazione potrebbe essere una parziale soluzione al notevole aumento dei prezzi che stiamo vivendo e se vogliamo prevenire la crisi che si sta profilando, dovremmo incentivare gli acquisti dai Paesi terzi e, soprattutto, dagli Stati Uniti e dal Canada ed, eventualmente dal Cile, se questo Paese nelle prossime settimane fornirà le necessarie garanzie sanitarie richieste dalla UE. Per attuare ciò, tuttavia, sarebbe necessario che la Commissione sospendesse interamente i dazi doganali, mettendo in atto la "clausola di penuria". Sul fronte delle esportazioni, invece, l’Unione Europea ha visto uno sviluppo eccezionale negli ultimi tre anni, tanto da passare da un milione a 1,4-1,5 milioni di tonnellate. I principali Paesi terzi acquirenti sono la Russia, il Giappone, la Corea, gli Stati Uniti e sempre di più la Cina, sia indirettamente tramite Hong Kong, sia direttamente. I maggiori Stati membri esportatori sono la Danimarca, la Francia, l’Olanda ed, in misura minore, la Spagna, l’Irlanda e la Germania.
A conclusione della mia relazione voglio sottolineare come le emergenze che abbiamo vissuto in questi anni, a partire dalla diossina per passare alla BSE e all’afta, non fanno altro che rilanciare la discussione sulla funzione dell’agricoltura europea ed il ruolo dell’allevamento in Europa e nell’economia in genere. Forse uno degli elementi sintomatici di questa considerazione, è la discussione che si è avuta al Consiglio dell’Agricoltura del 22 maggio u.s.; per molte ore 5 Ministri dell’Agricoltura hanno discusso sull’etica nell’allevamento degli animali ed hanno dibattuto dei diritti degli animali!! Non intendo dilungarmi su questo argomento, ma intendo puntualizzare che è necessario stare molto attenti a questo tipo di evoluzione perché il problema della protezione degli animali e dell’ambiente avranno sicuramente un forte impatto negli anni a venire ed anche perché è sempre molto difficile lottare contro la demagogia.
Jean Luc Meriaux
Segretario Generale della UECBV















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