Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 3, 1998

Rubrica: Produzione
Articolo di Focherini F.
(Articolo di pagina 37)

Pilotto: tombolani si nasce polacchi si diventa

La Zooveneta (allevamento e macello) e la Polveneta import-export di Varsavia sono le strutture portanti della filiera del gruppo Pilotto, che entro il 2000 servirà alla distribuz. porzionati sottovuoto, dotati di garanzia di rintracciabilità e qualità

 

 

Lasciata l’autostrada tra Verona e Vicenza, battendo strade provinciali che attraversano un paese via l’altro, tra vigne, ville palladiane e chiese, si vede a occhio nudo il diffuso miracolo economico del Nord-Est: si vedono solo industrie e frecce che le indicano. Grandi, medie, piccole, artigiane. E aziende agricole, con allevamenti.

Proprio quelli ci interessano. Nel Cittadellese, in provincia di Padova, c’è Tombolo: come Rieti era l’ombelico d’Italia secondo i Romani, Tombolo era e in parte è ancora l’ombelico del Veneto vocato al commercio dei manzi, delle vacche, dei vitelli, dei maiali. E anche del latte, del formaggio, del vino. Di tutto.

Già nel ’500 arrivavano nella Repubblica Serenissima, via terra o attraverso i porti dalmati, mandrie di bovini dalla Polonia, dall’Ungheria, dai Balcani: venivano stallati nell’isola del Lido, che serviva anche da quarantena per le navi sospette e da poligono per l’artiglieria. Da qui il "morto" partiva per le macellerie di Venezia e il "vivo" per i mercati padovani e vicentini. Anche allora di mangiava molta carne: specie i siòri, ma anche i poaréti, che si accontentavano di trippa e frattaglie.

"Oggi Tombolo e Cittadella – dice Ivo Antonino Pilotto, uno dei maggiori operatori della carne in Veneto – non sono più l’epicentro forte del commercio e dell’allevamento bovino, che si è diffuso in quasi tutto il Veneto. A Tombolo siamo rimasti in quattro o cinque". Certo, pochi, ma buoni, cioè consistenti, di dimensioni apprezzabili.

L’azienda di Pilotto, la Zooveneta di Tombolo, capofila di una organizzazione della carne che si fa sempre più gruppo di filiera ed è molto attiva sul mercato italiano e internazionale, è ben nota da sempre nel Veneto e nel Triveneto perché i Pilotto lavorano nella carne almeno dalla seconda metà del secolo scorso. L’attuale numero uno della famiglia, Ivo Antonino, è ancora più noto per le dimensioni commerciali raggiunte e, non fosse altro, perché è stato presidente del Padova calcio dal 1979 alla fine del 1985: due anni in serie C2, due in C1, due in B, con giocatori importanti come Marco Baroni e Andrea Seno da lui scoperti e lanciati, allenatori come Mario Caciagli e Bruno Giorgi, direttori sportivi come G. B. Pastorello e Giorgio Vitali.

Racconta Ivo Antonino Pilotto: "Mio bisnonno, mio nonno, mio padre, i miei zii, il nonno materno e tutta la sua famiglia sono sempre stati commercianti di suini e vitelli. Non hanno mai macellato, compravano e vendevano il vivo in tutto il Triveneto e vi commercializzavano il morto nelle macellerie fino a Merano e Bolzano. Non sono nemmeno mai stati allevatori e non hanno mai trattato il bovino, prima di mio padre. Io invece mi sono dedicato decisamente al bovino e all’allevamento. Mio padre mi ha messo subito a lavorare e io a 16 anni, nel 1957, ho fatto il mio primo piccolo allevamento di vitelli. Nel 1967 i Pilotto sono stati i primi ad allestire un allevamento di vitelli di carne bianca in box".

Oggi la famiglia Pilotto, cioè Ivo Antonino, il fratello Amelio e il figlio del primo, Matteo, ha un business di 150 miliardi di lire articolato nell’azienda di allevamento di vitelli a carne bianca e bovino adulto "Zooveneta" di Tombolo; nel macello ex pubblico di Cittadella (a un chilometro dall’allevamento), prima in gestione e da tre anni tutto di proprietà; nella commerciale di import-export "Polveneta" di Varsavia, che importa vitelli e bovini in Italia e ne esporta, direttamente dalla Polonia, in Croazia, Slovenia, Libano, Israele.

Il macello Zooveneta di Cittadella è diretto da Amelio Pilotto, che ci vive dall’alba alla notte. La Polveneta di Varsavia è di competenza di Matteo, ragioniere, di 27 anni. La regia è di Ivo Antonino, che si occupa di tutto, a cominciare dall’allevamento, che non si esaurisce in quello di Tombolo. "Abbiamo 15-16 mila capi – dice – sparsi in allevamenti in tutto il Veneto e nel Friuli. Di questi, alcuni sono tutti nostri, in altri siamo in partecipazione. Abbiamo in programma di arrivare entro la fine del 1998 a una base di 20.000 capi. Nel macello abbattiamo e lavoriamo già da 1.100 a 1.200 capi bovini la settimana, con 16 addetti interni e gruppi di turnisti esterni. La macellazione bovina e la lavorazione delle carni sono diventate il nostro nuovo mestiere da una decina d’anni: entro il 2000 il macello, a norma europea e firmato Baroncini, sarà completo e rifinito al top, dotato di impianti e attrezzature per la produzione del porzionato sottovuoto, di un sistema di rintracciabilità e della certificazione di qualità ISO 9002.

Insomma, siamo partiti dal commercio, poi abbiamo cominciato a costruire la filiera organizzando una rete di allevamenti nostri e infine macellando e sezionando carne nostra per conto nostro: ora siamo pronti per arrivare alla grande distribuzione. Da soli, rigorosamente senza soci. Serviamo peraltro già la Pam, oltre una nutrita clientela di grossisti e negozi da Trieste a Palermo, cioè tutta l’Italia tranne la Sardegna. Facciamo macellazione coranica e kashèr: vengono qui a Cittadella un macellaio musulmano da Parigi e un assistente rabbinico della Sinagoga di Roma. Con la struttura Zooveneta di Tombolo esportiamo vivo in Spagna, un paese che ha persino meno bovino dell’Italia e perciò sta correndo ai ripari. In Spagna facciamo e faremo un buon lavoro".

La Polveneta di Varsavia. La Polonia ha segnato la svolta dell’azienda dei Pilotto, ha accelerato la loro ascesa e la loro trasformazione di operatori del bestiame. "Prima della caduta del Muro di Berlino – dice Matteo Pilotto – mio padre non aveva mai comprato bestiame nei paesi dell’Est. L’importazione la faceva soprattutto dalla Germania Federale, dove è andato avanti e indietro per vent’anni.

Siamo andati in Polonia perché là ci sono decine di migliaia di piccoli e piccolissimi allevatori che tengono bestie dotate di una genetica ottimale ma destinate a una vita grama perché quelle campagne, spesso sabbiose e paludose, non sono vocate a una agricoltura di buon livello e non producono la giusta base nutrizionale. Li alleviamo noi quindi, e qui da noi rifioriscono, ingrassano rapidamente. In breve, mio padre ha impostato l’organizzazione, ha fondato la società Polveneta con capitale tutto nostro, come sempre, ha trovato alcuni collaboratori poi mi ha mandato a Varsavia affidandomi quel business.

Per cinque anni sono andato a Varsavia tutte le domeniche per rientrare a casa il venerdì sera. Ho imparato così il polacco e ho battuto mezza Polonia, da nord a sud, tutta la regione a est della Vistola per trovare i contadini allevatori giusti con le bestie giuste: vitelli, manzi, vacche. Oggi importiamo il 90% del nostro bestiame dalla Polonia e il resto da Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia".

È stato dimostrato in autorevoli studi e convegni scientifici – lo abbiamo scritto più volte – che l’allevamento bovino italiano in stalla, quello del Triveneto in particolare, che poi è quello quantitativamente più rilevante, produce carne mediamente più sana e più magra dell’allevamento brado dell’Europa settentrionale.

Come è noto, nel Veneto è operativo da qualche tempo un consorzio di allevatori e macellatori (tutti associati all’Uniceb) della carne bovina di qualità. "L’Uniceb – dice Ivo Antonino Pilotto – è l’associazione che vanta il più cospicuo raggruppamento di allevatori importatori di bovini. Il nostro consorzio è già una grande realtà, ma lo sarà ancora di più se realizzeremo una fusione con l’Assalzoo, fortemente rappresentativa in Lombardia. Avremo così il consorzio del bovino garantito lombardo-veneto".

Questo è il Veneto della carne. Questo è il Nord-Est, fatto di gente che lavora sodo, come i tombolani, grandi commercianti e grandi viaggiatori. Viaggiatori non per diletto, ma per comprare e vendere, come i mercanti olandesi del ’600. E viaggiatori nel senso di emigranti: Argentina, Brasile, Venezuela, Stati Uniti, Canada, Australia sono pieni di comunità venete. Pilotto mi racconta che da giovane per 15 anni ha dormito in media due-tre ore per notte nutrendosi di panini. Andava col camion a Fortezza a caricare le bestie tedesche, poi le portava di notte nelle stalle di Tombolo, dormiva un’ora o due e ripartiva per portare una parte di capi, all’alba, al mercato di Modena o ai macelli di Verona, Bologna, Carpi, Mirandola, Parma. Rientrava, riposava un’ora e ripartiva ancora per consegnare il morto nelle macellerie fino a Bolzano e Trieste.

Questo Veneto di "tombolani", di orgogliosi imprenditori nati e cresciuti nella cultura del faticare-guadagnare, non è vero, mi pare, che sia portatore, come taluno dice, di spinte secessionistiche, e che non si senta italiano. Semplicemente – e come è comprensibile – non guarda con simpatia ai nullafacenti. Purtroppo di nullafacenti nella capitale ce ne sono tanti e quindi la simpatia per la capitale non è molta. Tutto qui.

Pochi sanno che, prima dell’unità d’Italia, tra la prima e la seconda guerra d’indipendenza, il grande patrocinatore della causa veneta presso il conte di Cavour fu il conte Giovanni Cittadella, patriota, letterato, erudito, benefattore (e infine senatore del Regno), sindaco di Tombolo, "luogo di sua patrimoniale villeggiatura". Il conte Cittadella scrisse espressamente per Cavour un libro, Uno sguardo alle province venete, ancora molto attuale, nel quale descriveva ed evidenziava, oltre il superbo patrimonio d’arte dell’ex Repubblica Serenissima, il patrimonio veneto della cultura del lavoro nei campi, nell’artigianato, nei commerci. Il conte Cittadella, sindaco di Tombolo, è uno degli uomini che hanno fatto l’Italia. E i tombolani fanno l’Italia giorno dopo giorno, e l’aiutano a entrare dignitosamente nella Uem.

Franco Focherini

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