Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 2, 1998

Rubrica: Economia e Politica Comunitaria
Articolo di Tirelli F.
(Articolo di pagina 26)

Verso la riforma dell'Ocm con idee chiare e determinazione

 

 

La riforma dell’Ocm della carne bovina è un’occasione troppo importante per la nostra produzione e la situazione in cui versa il comparto è tale da non consentire all’Italia di perderla. Rappresenterebbe una sconfitta dalla quale sarebbe difficile riprendersi.

Il perché è noto. Gli effettivi, cioè i capi allevati, continuano a calare e di conseguenza è in calo la produzione, scoraggiata fra l’altro da una domanda già in calo per una diffusa disaffezione, causata dalla paura della carne agli ormoni e dalla colesterolofobia, che paga lo scotto degli allarmi provocati dal diffondersi del morbo di Creuz (Bse).

L’Italia, a differenza della Francia e di altri paesi dell’Ue, non ha potuto contare su un’azione promozionale antiBse di adeguata consistenza, se si eccettuano alcune discutibili emissioni curate dalla Presidenza del Consiglio e la certificazione del prodotto (in attesa dell’iniziativa pubblica che dovrà attuare la normativa comunitaria), è rimasta limitata alle produzioni controllate volontariamente dai produttori di carne bovina riuniti nei consorzi Doc, 5R, Coalvi e Conazo.

La redditività, già messa in difficoltà dai costi e dalla concorrenza sleale degli evasori di Iva, deve fare i conti con la perdita di elevate quantità di aiuti alla produzione erogati da Bruxelles, che a causa degli impedimenti dovuti al limite dei 90 capi, all’adozione del tetto nazionale, all’incoraggiamento alla riduzione del peso alla macellazione, all’applicazione del principio della estensivizzazione, ma anche per motivi di insufficienza burocratica che non si riescono a superare, l’Italia non riesce a incassarli nella misura che raggiungono gli altri paesi della Comunità.

Contro il 4,4% dell’Italia a fronte del 9% del patrimonio bovino comunitario, c’è una Irlanda che riceve il 14% degli aiuti con il 7,6% dei capi, la Spagna il 9% con il 6% dei capi e la Francia il 28% con il 24% dei capi.

Certo un peso nell’insufficiente redditività lo hanno anche la dimensione aziendale, piccola quella italiana rispetto alla media europea, e i costi che per l’energia e le macchine tendono a crescere nonostante l’inflazione bloccata. Tuttavia questa caratteristica negativa non sempre riguarda l’allevamento bovino da carne, dove invece prevale soprattutto nelle forme associate una dimensione più elevata, che viene però penalizzata dal limite dei premi ai primi 90 capi. Un limite talmente assurdo che tale è stato ritenuto dalla stessa Ue (in contraddizione con sé stessa) per gli allevamenti ovini.

La riforma dell’Ocm è quindi un imperativo per l’Italia che va conseguito perché è la sola via percorribile se si vogliono armonizzare le condizioni produttive. L’azione da svolgere, un’azione determinata, deve però essere condotta sia a livello istituzionale che professionale, quindi a livello di Unione, a livello di Copa per gli allevatori e di Uecbv per i commercianti, va condotto con sistematicità, senza interruzione allineando le iniziative per aumentarne l’efficacia.

La bovinicoltura italiana ha bisogno di nuove condizioni produttive e nuove certezze di mercato, e queste ultime saranno raggiunte solo se ci sarà intesa tra le componenti della filiera. L’esperienza maturata con il piano carni deve dilatare i suoi confini e diventare comune a tutte le transazioni. La stessa certificazione avrà efficacia duratura, vale a dire stimolerà nei consumatori una ripresa nei consumi, se la sua realizzazione potrà essere attuata con la collaborazione convinta di tutte le componenti della filiera.

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