Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 1, 1998

Rubrica: Economia e Politica Comunitaria
Articolo di Tirelli F.
(Articolo di pagina 33)

Il futuro della carne negli accordi della filiera

 

 

Il "carnet de doleans" della carne bovina è lungo e sta invecchiando rapidamente, con il rischio che gli interlocutori si stanchino. Mentre le istituzioni comunitarie, sorde alle richieste, tacciano i produttori di ripetitività e di scarsa fantasia, i quali delusi, di fronte a una inspiegabile chiusura, si lasciano cadere le braccia accusando impotenza.

Il quadro è preoccupante e da tutte le parti si guarda con qualche speranza alle due scadenze Ue: revisione dell’Ocm della carne bovina, riforma della Pac. Dalla revisione dell’Ocm i produttori di carne italiana bovina si attendono il superamento della inaccettabile chiusura comunitaria verso gli allevamenti intensivi, con l’abbattimento dei limiti sui premi, ostinatamente bloccati i primi 90 capi in allevamento, la revisione del tetto nazionale e l’apertura sul numero dei capi rispetto alla superficie foraggera. Dalla riforma comunitaria decisioni più realistiche, quindi tagli ai prezzi, ma non nella percentuale del 30% come si evince dalla Agenda 2000.

Degli aggiustamenti nazionali occorre rivedere le priorità e in attesa di godere dei vantaggi relativi all’anagrafe del bestiame, in altre parole del superamento dei ritardi che l’affidamento della gestione alla Sanità ha prodotto, occorre prepararsi per l’applicazione sulla normativa della certificazione delle carni, un obiettivo importante per riconquistare la fiducia dei consumatori e quindi riconquistare una normalizzazione della domanda, in altre parole del mercato.

Un contributo, non secondario, deve venire dalla promozione, per la quale alle contribuzioni comunitarie debbono aggiungersi programmi partecipati da tutte le componenti e gestioni dove tempestività e trasparenza restano elementi essenziali.

Un’attenzione a sé riguarda la semplificazione delle norme relative alla gestione del "piano carne", i cui obiettivi si collocano nel solco della qualità, ma anche della commercializzazione. Quest’ultima da realizzare con accordi interprofessionali che vanno oltre la legislazione vigente, da conseguire con il concorso delle istituzioni pubbliche preposte alla vigilanza e alla operatività del "piano". La carne in genere e quella bovina in particolare, a causa delle conseguenze psicologiche provocate dalla "vacca pazza", è un prodotto dove il valore aggiunto si è ridotto e la redditività è scesa a livelli di guardia. Partendo da questo assunto acquista attualità la proposta di accordi interprofessionali di fornitura, già avanzata in passato, fatta propria dagli ideatori del "piano carni", intesa come opportunità per le componenti della filiera di ripartire il VA in relazione ai rischi e ai ruoli di ognuno, creando le premesse per un’intesa che, rassicurando sui ricavi, avrà la funzione di far uscire il comparto dalla aleatorietà che da troppi anni lo caratterizza, provocando abbandoni a catena che minano le basi della produzione nazionale, e di conseguenza impoveriscono, a monte e a valle della produzione, l’industria degli input produttivi e quella della macellazione, lavorazione e conservazione delle carni.

Intesa come anticamera della collaborazione. Intesa come antidoto alla concorrenza o all’affermazione del più forte o del più scaltro. Un comportamento che mira a capovolgere una prassi, una cultura. Utopia? Forse, ma la caduta del muro di Berlino dimostra che niente è perenne e che se alla base di un cambiamento c’è oltre al buon senso la volontà è possibile realizzarlo.

Va proposto nella convinzione che vent’anni di corretta interazione tra produttori e operatori della carne nel campo dello stoccaggio pubblico non siano passati invano e da questa esperienza sia possibile trarre utili elementi per un esame della situazione e passare dalla interazione alla collaborazione, soprattutto se l’obiettivo è quello di sostituire alla precarietà della domanda e offerta un po’ di certezza e con questa anche la possibilità di rassicurare le componenti della filiera su un’equa ripartizione del VA.

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