Proponendo una breve passeggiata attraverso i secoli, gettiamo qualche occhiata su scritti in cui appare l’argomento cibo, coi temi del mangiare, del bere e della mensa.
All’inizio del motivo “fagico” stanno, per l’Italia, i Sonetti dei mesi di Folgore da San Gimigniano, e alla fine esplodono le solenni “abbuffate” di Carlo Emilio Gadda; previa una saporosa, gagliarda sosta presso il recente saggio Belli e Roma, sottotitolo Tra Carnevale e Quaresima, firmato da Emerico Giachery, ordinario di Letteratura moderna e contemporanea all’Università di Roma (Edizioni Studium, Roma, 2007, pp. 163, € 14,00).Il gatto e la volpe mangiano a spese di Pinocchio.
Nel trecentesco Sonetti dei mesi, compagnoni e amici siedono spesso e volentieri a tavola. Con diverse, stagionali portate. Di febbraio “far trar del vino e fummar la cucina”. Di luglio “e man e sera mangiare in brigata / di quella gelatina smisurata, / starne arrosto e giovani fagiani, / lessi, capponi, capretti sovrani; / a cui piacesse, la manza e l’agliola (una salsa d’aglio)”. Di novembre convengono “fagiani, starne, colombe e mortiti (specie di mortadella), / levri e cavrioli a rosto e lessi; / e sempre aver aconci gli apetiti (pronta la voglia di mangiare)”. Di dicembre un ospite raffinato dovrà offrire ai commensali “e porci morti e finissimi cuochi; / morselli (bocconcini) ciascun bea (goda) e manuchi (mangi) / le botti sian maggior che San Galgano (famosa abbazia cistercense in territorio senese)”.
Le villeggiature del padre cappuccino Francesco Maria rievocano le allegre brigate, riunite in villa sui colli bolognesi a godersi le gioie della mensa: “Per la tavola i bocconi / si ricercan più squisiti. / Quaglie, tortore, piccioni / e li fichi saporiti / col salame o mortadelle, / fritti, lessi, ragù, offelle (paste frolle ripiene di mandorle, zucchero e uova)”.
Nel Seicento, l’esperto Lorenzo Magalotti, cultore dell’arte del sapiente, equilibrato vivere, scrive ricette culinarie in versi: “Poiché l’uova hai dimenato / bene ben secondo l’arte, / fior d’arancio spicciolato, / che farai d’aver da parte, / metti giù nel pentolino”.
Ossessivo sogno mangereccio, quello che Boccaccio fa balenare nella fantasia credula di Calandrino: favolosa contrada di Bengodi dove sorge “una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavano genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e ravioli, e cuocergli in brodo di cappone, e poi gli gettavan quindi giù”.
Il poema mediceo di Luigi Pulci narra le smisurate imprese mangiatorie di Margutte, che professa il suo blasfemo, celebre “credo”, la fede non nei santi patroni, ma “nel cappone lesso o vuogli arrosto, nella cervogia (birra, vedi il cerveza in spagnolo, Ndr), nel vino, nella torta e nel tortello”. Le Avventure di Pinocchio citano la scorpacciata all’osteria del Gambero Rosso dei fraudolenti compari il Gatto e la Volpe, a spese del povero, incauto burattino: il Gatto, “indisposto, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla fiorentina”; mentre la Volpe “dovè contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto”, non senza “un cibreino (miscuglio) di pernici, di starne, conigli, ranocchi, lucertole e uva paradisa”.
Tutta l’opera di Gadda è attraversata da immagini riguardanti l’area del “mangereccio”. L’autobiografico protagonista della Cognizione del dolore, Don Gonzalo Pirobutirro è “vorace, avido di cibo e di vino”. Del resto, il suo stesso cognome rimanda all’elemento cibo; nella fattispecie, alle odiate pere butirre piantate dal padre dell’autore (“che polpa butirrosa, le butirre”). Nell’immaginazione di Gonzalo, che al momento ha sul piatto “tre peperoncini verdastri, vizzi”, scoppia folgorante il delirio barocco della “grande abbuffata” lombarda tra “cataste d’asparagi” e “trombe marine di risotti”.
A proposito della poesia romanesca di Belli, a lui particolarmente cara, Gadda afferma nel 1945 con penna arguta, congeniale e capricciosa: “Il sonetto del Belli ha una misura naturalmente opportuna, come la sua fujetta (mezzo litro) è natural misura di quel quantum di vino frascatano che costituisce la bevuta sana di un qualunque sor Alfré o sor Peppì”.
L’immagine gaddiana della fujetta avvicina alla meta desiderata, al centro d’interesse di Belli e Roma, vivace itinerario in lingua e in dialetto, tragitto gastronomico nei palazzi nobiliari e cardinalizi, nelle botteghe e nelle bettole della Città Eterna.
La grande avventura espressiva-culinaria del Belli si svolge all’insegna del verbo maggnà , che compare 120 volte nei Sonetti. Tutte le occasioni sono buone per far festa “coppietanze e vino”.
Il gatto e la volpe mangiano a spese di Pinocchio.
Alla tradizione bernesca che elogia le anguille, i tordi, le pesche, le uova sode, appartengono i versi del Belli In laude delle frittelle (1820), estrosa parodia della canzone petrarchesca Chiare, fresche, dolci acque: “Chiare, calde e dolci acque / ove il riso lombardo / pose Antonio e la sicula farina: / gentile olio ove piacque / sopra foco gagliardo / a lui di frigger quella pasta fine: / pinocchi e passerina / che a le dolci frittelle / tutto sparsero il seno…”.
L’esplosione vitale, la trasgressione carnevalesca del cibo procede, ripetiamo, all’insegna dell’infinito presente maggnà , mangiare. Tra le maggnate, spicca il pittoresco lessema taffiata, che denota un pranzo luculliano, una pappata memorabile.
Il prodigio più stupefacente, il miracolo cristiano fondamentale nella classifica belliana concerne la sfera del cibo: “… er gran miracolo de Cristo / che ccor (con) un po’ dde pane e un po’ dde pesce /seppe fà cquello che ggnissuno ha visto” (Er pane e ’r companatico).
Accanto al mangiare, il bere, er beve, circola come lessema non meno di 50 volte. Nello specifico, il vino ricorre ugualmente oltre un centinaio di volte nei Sonetti, cosparsi di osterie, di osti (se ne contano 48), di potenti ubriacature: la sbornia è sbrogna, zzarlaccia, cacona, cotta, tropea; l’ubriacone è sciurlo, beverino, saccaccione.
Un gioioso elogio del vino occupa l’intero sonetto Er vino de Padron Marcele, in cui prevale l’immagine allegra, corroborante, “medica” del vino: “Oh cquesto se pò ddi vvino de festa! / Gajjarduccio, abboccato, tonnarello… / Hah! tt’arimette er core in ner cervello, / e tt’arillegra senza datte in testa” (ti rianima il cervello e ti rallegra senza darti alla testa, senza ubriacarti).
Renato Bertacchini