Chiarli e il Lambrusco insieme ormai da 150 anni!

L’azienda nasce a Modena nel lontano 1860. Cresce in Italia e all’estero. Nel Novecento all’Expo di Parigi. Venti milioni le bottiglie di cui la metà Doc

di Ferrari F.
I Chiarli e il Lambrusco

 

Franco Ferrari

 

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I Chiarli e il Lambrusco. Una lunga, felice, storia in comune. Un binomio che parte subito stretto, da lontano, dal 1860, dall’Unità d’Italia. E da una generazione all’altra è oggi più che mai consolidato, vitale. E così sarà in futuro.

Bastano poche cifre, ma significative. Oltre 20 milioni di bottiglie/anno, quasi la metà Doc, escono dalle cantine di questa famiglia modenese che è ormai una dinastia imprenditoriale. Il 50% se ne va all’estero: Europa, Usa, Sud America e perfino Estremo Oriente, Giappone, Corea…

Lambruschi di prima qualità, protetti, controllati, soprattutto Sorbara, Grasparossa a cui si è aggiunto un bianco, il Pignoletto dei Colli bolognesi. Presentati nelle loro varie declinazioni: fermi, spumanti, frizzanti.

 

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Lambrusco di Sorbara Doc Premium.

 

Tutto comincia, ci racconta Anselmo Chiarli nell’ampia sala di degustazione della Cantina — ai piedi delle colline di Castelvetro, circondata dai vigneti che si allungano verso la pianura — alla metà dell’800, per iniziativa del bisnonno Cleto che lascia la campagna dove viveva. Arriva in città, a Modena, e affiancato dalla moglie apre la “Trattoria del Bersagliere”.

Si mangia bene e si beve meglio. Vino fatto in casa con uve lambrusche pigiate, curate, imbottigliate e servite al tavolo col tappo che schiocca e la schiuma che sale allegra nel bicchiere. Presto è con lui il figlio Anselmo e il vino, fresco, allegro, invitante come sa essere il lambrusco, diventa, come si dice, il “core business” dell’iniziativa. L’attività va alla grande, si espande e il nome Chiarli si afferma, si diffonde. Le vendite aumentano. Il mercato apprezza e acquista.

Entrano in azienda i figli Giorgio e Giovanni. Il primo s’interessa della parte commerciale, della gestione, il secondo segue la campagna, la materia prima. Gli anni scorrono, la bella storia continua.

E siamo ai giorni nostri. Il presente vede impegnati i figli di Giorgio (Giovanni non ne ha avuti) Mauro e Anselmo. In questo caso è il primogenito a dedicarsi ai vigneti, ai campi, mentre Anselmo, che ci apre man mano e con giusto orgoglio questo consistente album di famiglia, si fa carico della conduzione generale.

Una breve parentesi: la mamma, 91 anni (!) cura con gelosa passione, rifiutando aiuti e consigli, un suo piccolo vigneto che produce diverse, dolcissime, uve da tavola.

Una realtà dunque quella dei Chiarli che festeggerà, fra tre anni, le 150 candeline e brinderà all’avvenire.

Uno sguardo all’albero genealogico e apprendiamo che Mauro ha tre discendenti, Stefano, Giorgio e Carlo quest’ultimo già in azienda, e che Anselmo è papà di Giovanni e Tommaso, tuttora giovani studenti.

Ancora date ed episodi di rilievo da sottolineare. La partecipazione, ad esempio, all’Expo universale di Parigi del ‘900 con la ragione sociale Cleto Chiarli e Figli al battesimo internazionale, e poi la prima esportazione, in casse imbottite di paglia, con destinazione Argentina e, subito dopo la guerra, lo sbarco in Usa, con un lambrusco tipico, classico, secco.

Una propensione verso l’estero, sempre viva, attenta, che Cleto e Giorgio perseguivano con impegno e perizia. Erano orgogliosi e volevano che fuori andasse il meglio della produzione.

Scelte che riflettevano una mentalità imprenditoriale lungimirante. Giustamente convinta che i mercati si dovessero conquistare e mantenere con la qualità e la serietà.

Se questa fosse sempre stata la politica condivisa e attuata dal settore, nel suo complesso, il lambrusco non avrebbe incontrato le difficoltà e le diffidenze a cui è andato incontro nel tempo a causa di comportamenti errati e controproducenti.

Fortunatamente, ci dice Anselmo, da una decina d’anni il lambrusco sembra avere ripreso la strada della qualità. E i risultati cominciano a vedersi. Il comparto gode di una maggior credibilità. Stanno lentamente scomparendo le troppo scadenti “imbottigliate” per accontentare consumatori impreparati e disattenti.

I produttori si rendono conto che occorre valorizzare la genuinità naturale dei vini e anche i mezzi d’informazione iniziano parallelamente a parlare del lambrusco come si deve e come merita.

 

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Anselmo Chiarli.

 

Si organizzano opportuni eventi promozionali, fieristici, e il consumo sta riscoprendo l’importanza e il valore dei vitigni autoctoni. E il lambrusco lo è in assoluto, assieme alle sue peculiari proprietà: il profumo, le spumeggianti freschezze, il colore vivo, l’adeguata gradazione. Doti che hanno richiamato pure l’attenzione di una domanda finora legata a vini strutturati, impegnativi e costosi.

Oggi vanno le bollicine e il lambrusco è più che mai della partita. Ne è un protagonista, con prospettive lusinghiere, accanto ad altri vini che qualificano e risaltano finalmente l’immagine della viticoltura nazionale anche in sede internazionale.

«Il giudizio sul made in Italy è complessivamente buono — afferma Anselmo Chiarli — ma non raccoglie ancora quello che potrebbe ottenere. Manca spesso un messaggio chiaro, definito, di gruppo. Si cammina troppo isolati, scoordinati. Bisognerebbe fare di più in questa direzione, favorire incontri, scambi di idee tra istituzioni e addetti ai lavori».

 

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L’Azienda Agricola Castelvetro, conosciuta come “Tenuta Generale Cialdini”, da oltre un secolo proprietà della famiglia Chiarli.

 

«Quanto a noi grazie alla lunga esperienza sul territorio e all’estero abbiamo cercato di contribuire alla ripresa, all’attuale ritorno d’immagine, con investimenti sui vigneti, sulle tecnologie e sulle cantine, di cui la più recente, questa di Castelvetro, è specializzata nell’alta qualità».

E lo testimoniano i Magnum Premium che si stanno imbottigliando qui a fianco. Una tentazione tutta di bollicine Sorbara Doc a cui sarà facile e piacevole cedere. Senza troppi sensi di colpa!

Franco Ferrari

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